La Nuova Sardegna

Chessa: «Dipendenti a casa Così il lavoro va a rilento»

di Alessandro Pirina
Chessa: «Dipendenti a casa Così il lavoro va a rilento»

L’assessore: «Non ce l’ho con loro, ma così com’è il sistema è fallimentare» Ai sindacati: «Anziché le mie dimissioni chiedano più risorse, siamo al collasso»

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SASSARI. «Io ce l’ho con lo smartworking, non con i dipendenti della Regione». Gianni Chessa ritorna sulla bufera che lo ha travolto dopo che un video in cui attaccava gli impiegati dell’assessorato da un anno in telelavoro ha fatto il giro di smartphone e social. Un discorso, il suo, che ha scatenato la polemica politica. Non solo da parte delle opposizioni, ma anche di Antonio Moro, il presidente del suo stesso partito, il Psd’Az, che l’ha criticato pesantemente e pubblicamente. E i sindacati ne hanno chiesto anche le dimissioni. Chessa ha poi chiesto scusa, ma a 24 ore dalla bufera ribadisce che l’obiettivo del suo attacco non sono i lavoratori, ma lo smartworking.

Assessore, prima ha attaccato i dipendenti, poi ha chiesto scusa con un comunicato. Ha cambiato idea?

«Io ho partecipato a un consiglio comunale di Dorgali. Lì c’è una amministrazione a 5 stelle, sono stati gentilissimi e io sono rimasto un’ora e mezza per partecipare al dibattito. Giorni dopo - solo per cattiveria politica - hanno fatto vedere un minuto e mezzo del mio discorso, estrapolandone una parte».

Ma lei ha detto: i dipendenti pubblici stanno a casa e lavorano pochissimo.

«Ma se avessero sentito il discorso generale avrebbero capito che io non ce l’avevo con i dipendenti. Io ho detto che è impensabile dare risposte in modo veloce e certo perché c’è lo smartworking da più di un anno. La politica trova i soldi ma gli uffici sono chiusi e diventa impossibile dare risposte a partite Iva, commercianti, artigiani che stanno cercando di avere i ristori che il presidente della Regione ha messo a disposizione. Questo è il senso del mio intervento. L’ho detto in totale buona fede».

Ma li ha anche accusati di prendere i buoni pasto.

«Ma il buono pasto è stato previsto per dare la possibilità di uscire dall’ufficio e mangiare una cosa di fretta. Se sei a casa che senso ha? Non ho detto nessuna bugia».

I sindacati intanto hanno chiesto le sue dimissioni.

«Anziché le mie dimissioni i sindacati dovrebbero chiedere più soldi per informatizzare i dipendenti e arrivare a uno smartworking che funzioni. Perché questa situazione sta creando disagi enormi non solo nel mio assessorato, ma in tutta la pubblica amministrazione. Nelle aziende private mica sono tutti in smartworking, mentre il sistema pubblico sta collassando. È ora che rientrino a lavorare, perché così non sono controllati».

Controllati in che senso?

«Gli impiegati non hanno nemmeno i computer adatti e molti di loro non sono preparati. Anziché offendersi con me lottino per avere gli strumenti, perché il sistema per come è stato concepito è fallimentare. La gente ha bisogno di risposte e noi non riusciamo a dargliele».

Tra i più critici con lei c’è stato il presidente del suo partito.

«Il presidente ha parlato da dipendente del Consiglio regionale e non può attaccare un eletto quale sono io. Moro, che è un amico, questa volta ha pesato male le sue parole. Lui ha uno stipendio garantito, tredicesima, quattordicesima, quindicesima. Gente come lui dovrebbe avere più buonsenso. Lo dico perché anche io sono dipendente pubblico. Mi spiace ma ha fatto una esternazione sbagliata».

E Solinas si è arrabbiato?

«No, ci siamo sentiti e gli ho spiegato che è stata estrapolata una frase che ha fatto apparire le cose come non sono. Io non ho attaccato i dipendenti ma un sistema che mette in difficoltà la parte politica. Il 75 per cento a casa non ci fa niente: continuare così è impossibile».

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