Affondo di Confindustria: nuoce a cittadini e imprese
L’associazione interviene dopo l’attacco di Chessa ai dipendenti pubblici «È un sistema di cui si abusa troppo, rallenta la macchina amministrativa»
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SASSARI. Le parole dell’assessore Gianni Chessa sullo smartworking hanno creato molte polemiche, ora un po’ di dibattito. È la Confindustria Sardegna meridionale a intervenire sul tema. Una posizione, quella della associazione degli imprenditori, che non segue Chessa nella forma, ma nella sostanza evidenzia anch’essa le criticità del sistema di lavoro da remoto. «L’emergenza del fenomeno pandemico ha rilanciato l’importanza e l’utilità di dare impulso, sia nel comparto pubblico che in quello privato, al ricorso alla prestazione lavorativa, laddove possibile, in smartworking – spiega Confindustria –. È una modalità che, se gestita con maturità, capacità, formazione, programmazione e responsabilità, sia da parte del datore di lavoro o dirigente che del lavoratore, può contribuire a migliorare la sostenibilità e la mobilità complessiva senza pregiudicare necessariamente qualità e performance».
Per Confindustria il problema non è lo smartworking in sé, ma «il modo in cui troppo spesso è stato gestito da molte amministrazioni pubbliche, in termini generalizzati e indiscriminati, senza nessuna verifica della congruità, percorribilità e verifica delle risultanze». Gli industriali ritengono che forse si è abusato troppo del sistema «in termini qualitativi, a discapito dell’utente, fosse impresa o cittadino, rallentando ulteriormente in settori nevralgici una macchina che già andava lentissima. Uffici decisivi per il sostegno dell’economia sostanzialmente paralizzati e desertificati da oltre un anno, dipendenti non raggiungibili, se non a intermittenza, con problemi di collegamenti, di indisponibilità di pratiche non digitalizzate, di conciliazione tra vita domestica e dimensione lavorativa, hanno arrecato danni quasi più gravi di quelli pandemici al sistema produttivo e sociale». Confindustria tiene a precisare che ci sono «situazioni di eccellenza e casi di ottimi funzionari e dipendenti pubblici che supportano anche in smartworking, con sacrificio e competenza straordinaria il sovraccarico di lavoro indotto dalla pandemia. Vogliamo pertanto provare a considerare l’esternazione di Chessa, al di là dei toni e delle polemiche, come uno stimolo a tenere presente che il problema dell’efficienza della Pa e di una corretta implementazione dello smartworking non può e non deve essere eluso ma merita di essere affrontato nell’interesse della collettività, della ripresa economica e sociale e degli stessi lavoratori pubblici».
Per Confindustria il problema non è lo smartworking in sé, ma «il modo in cui troppo spesso è stato gestito da molte amministrazioni pubbliche, in termini generalizzati e indiscriminati, senza nessuna verifica della congruità, percorribilità e verifica delle risultanze». Gli industriali ritengono che forse si è abusato troppo del sistema «in termini qualitativi, a discapito dell’utente, fosse impresa o cittadino, rallentando ulteriormente in settori nevralgici una macchina che già andava lentissima. Uffici decisivi per il sostegno dell’economia sostanzialmente paralizzati e desertificati da oltre un anno, dipendenti non raggiungibili, se non a intermittenza, con problemi di collegamenti, di indisponibilità di pratiche non digitalizzate, di conciliazione tra vita domestica e dimensione lavorativa, hanno arrecato danni quasi più gravi di quelli pandemici al sistema produttivo e sociale». Confindustria tiene a precisare che ci sono «situazioni di eccellenza e casi di ottimi funzionari e dipendenti pubblici che supportano anche in smartworking, con sacrificio e competenza straordinaria il sovraccarico di lavoro indotto dalla pandemia. Vogliamo pertanto provare a considerare l’esternazione di Chessa, al di là dei toni e delle polemiche, come uno stimolo a tenere presente che il problema dell’efficienza della Pa e di una corretta implementazione dello smartworking non può e non deve essere eluso ma merita di essere affrontato nell’interesse della collettività, della ripresa economica e sociale e degli stessi lavoratori pubblici».
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