Autolesionismo in aumento così i ragazzi chiedono aiuto

La psichiatra Boi: «Si fanno del male perché sono depressi, boom di ricoveri»

SASSARI. Prima i silenzi, l’insicurezza. Poi l’irritabilità, gli occhi che schizzano rabbia, la furia che si abbatte contro le cose e contro se stessi. C’è un esordio sottotraccia che può rimanere incompreso per mesi, prima dell’esplosione che è quasi sempre devastante. I ragazzi, piccoli uomini e piccole donne prigionieri di una adolescenza anomala: priva di vitalità e di socialità, chiusa in una cameretta, a specchiarsi nello schermo di un pc. «I nostri ragazzi stanno male, stanno soffrendo molto più degli adulti. La pandemia con le sue restrizioni tra cui la didattica a distanza ha stravolto la loro quotidianità facendo emergere paure e insicurezze e sfociando in un aumento di disturbi post traumatici da stress». Il risultato è la crescita costante negli ultimi mesi di pazienti giovanissimi seguiti dai Centri di salute mentale «ma anche dei ricoveri nelle case di cura e le richieste di ingresso nelle comunità terapeutiche – spiega la psichiatra Graziella Boi – in seguito a comportamenti aggressivi o autolesionistici». Il Covid ha provocato l’aggravamento di malattie preesistenti e la moltiplicazione di nuovi casi.

Sos adolescenti. La dottoressa Boi, direttrice del dipartimento di salute mentale e delle dipendenze per il sud Sardegna dell’Ats, lancia un appello forte: «I ragazzi stanno scoppiando, sono loro i soggetti più fragili e dunque più a rischio. La situazione è esplosiva e se non ci saranno correttivi, è destinata a peggiorare perché gli adolescenti non potranno resistere ancora a lungo. Sono soli, schiacciati tra i problemi dei genitori e i propri e si sentono inascoltati, messi ai margini. Procurarsi male fisico è il modo per attirare l’attenzione, dire “ci sono anche io”». Ed è una richiesta di aiuto impellente quella di chi si taglia le braccia o le gambe con le lamette di un rasoio, si ferisce con oggetti appuntiti, si procura bruciature con l’accendino o una sigaretta. «Sono tanti, ragazzi e ragazze – spiega Graziella Boi – hanno in media dai 12 ai 16 anni, frequentano la scuola media o i primi anni delle Superiori. L’autolesionismo è generalmente preceduto da altri sintomi che spesso passano inosservati, come disturbi del sonno o inappetenza. A volte le segnalazioni arrivano dai pediatri,che si rendono conto che l’origine del problema è mentale. In altri casi sono le scuole a interrogarsi su comportamenti anomali, come le troppe assenze durante le lezioni a distanza, oppure su atteggiamenti che lasciano supporre abuso di sostanze. In parecchi casi ci troviamo di fronte a un insieme di concause che tutte insieme generano un problema grave».

Se la casa è una prigione. La psichiatra Graziella Boi non ha dubbi: i ragazzi devono poter uscire di casa e sfogare la propria energia all’esterno. Come già detto da Anna Cau, procuratrice presso il Tribunale dei minori di Cagliari, se c’è la possibilità di aprire finestre di libertà anche in zona rossa «concediamole ai giovani. Diamogli la possibilità di fare sport, di frequentare palestre, di confrontarsi con coetanei. Noi adulti soffriamo ma abbiamo una maturità diversa, possiamo resistere. Se i ragazzi continueranno a stare chiusi in casa, noi andremo avanti a scaricare su di loro le nostre ansia e la paura del futuro: un peso enorme per loro. La situazione familiare, per esempio legata a problemi economici, li fa soffrire e si aggiunge alle difficoltà legate alla Dad che in moltissimi casi, anche tra gli studenti più bravi, ha provocato un calo del rendimento scolastico. Tutto l’insieme genera insicurezza, ansia, frustrazione e può sfociare nella depressione e nella aggressività. I ragazzi sono come pentole a pressione, non facciamoli scoppiare».

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