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Fucilata mortale sul petto dell’amico: 25 anni di carcere

Fucilata mortale sul petto dell’amico: 25 anni di carcere

Aldo Soro colpevole di omicidio volontario per futili motivi Il pm Porcu aveva chiesto l’ergastolo: «Un delitto assurdo»

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CAGLIARI. Un colpo di fucile a canne mozzate, esploso a bruciapelo sul torace dopo una giornata trascorsa a bere insieme in un bar del paese. Nessuna ragione, nessun rancore, quasi un gioco tra amici alterati dall’alcol, un gioco finito nel sangue: «Motivi futili? Più che futili - ha detto il pm Gaetano Porcu - motivi inesistenti, un delitto assurdo, privo di qualsiasi spiegazione logica».

Accadde alla periferia di Sestu il 17 giugno 2019, l’imputato si chiama Aldo Soro (61 anni), la vittima Antonio Piras (35): l’accusa aveva chiesto l’ergastolo per omicidio aggravato, porto illegale d’arma e ricettazione, la Corte d’Assise presieduta da Giovanni Massidda - a latere Giampaolo Casula - ha deciso per 25 anni di reclusione, 24 per l’omicidio grazie alle attenuanti generiche e un anno per gli altri reati. Un successo parziale per la difesa rappresentata dall’avvocato Stefano Piras con uno spiraglio, da sviluppare in Appello sulla versione-bis dell’omicidio, avvenuto sotto gli occhi terrorizzati di un testimone: Soro non avrebbe premuto volontariamente il grilletto ma sarebbe stato Piras, la vittima, a tirare verso di sè la doppietta in un impeto di balentìa che gli è costato la vita.

Il fatto, sul piano processuale, è chiaro: è il tardo pomeriggio quando Gianluca Espa si presenta trafelato alla madre per riferirle che Aldo Soro ha appena ammazzato Antonio Piras con una fucilata. È accaduto nella campagna di Sibiriu, appena fuori Sestu. Alla polizia il testimone oculare riferisce di aver incontrato i due mentre erano a bordo della Fiat 600 di Soro, Piras l’aveva invitato a bere una birretta, lui dopo qualche titubanza aveva accettato. Ma mentre il giovane si avvicinava per salutarlo dall’altra parte dell’abitacolo è uscito Soro col fucile in pugno: «Sei malandrino?» la domanda rivolta all’amico in dialetto sestese. «Eja, già sono malandrino» la risposta di Piras. Espa non fa in tempo a capire qualcosa della strana sfida in corso che i due, dopo una fucilata esplosa verso un traliccio dell’Enel, si avvicinano faccia a faccia, Soro appoggia le canne del fucile sul petto dell’amico («guarda che basta un dito...») e il colpo parte. Subito dopo le minacce a Espa: «Va a casa, non dire nulla altrimenti t’ammazzo».

Quando la polizia cercherà il corpo lo troverà riverso, non più al centro della strada di campagna ma sul bordo della cunetta, con chiari segni di trascinamento. Il resto è nei verbali dell’arresto e del procedimento penale in cui Soro, un corposo curriculum criminale alle spalle, nega di aver voluto uccidere l’amico: in campagna erano andati per fare un po’ di tiro a segno e il fucile, sparito dopo il delitto, sarebbe stato difettoso al punto da sparare senza controllo.

Di certo c’è che dopo aver trascorso l’intera giornata a bere vino bianco al bar Su Nuraghe, Soro ci ritorna dopo il delitto, non prima di aver cambiato i vestiti lordi di sangue. Lo vedono i compaesani, lo trovano i poliziotti cui dirà di essere sotto shock per quanto era accaduto. (m.l)



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