La Nuova Sardegna

La gioia della normalità dopo i mesi dell’incubo

di Claudio Zoccheddu
La gioia della normalità dopo i mesi dell’incubo

Casa Serena fu teatro di contagi e morti: ora riapre alle visite in sicurezza

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SASSARI. È passato più di un anno da quando era diventata l’epicentro del contagio. Il Covid-19 aveva mostrato la sua forza distruttiva diffondendosi tra gli anziani ospitati a Casa Serena, una delle residenze sanitarie assistite più grandi di Sassari. I morti furono decine, una tragedia. Adesso, però, l’orrore è diventato un terribile ricordo. Sono lontani i tempi dell’isolamento forzato, delle difficoltà nella ricerca di medici disponibili, della fuga dell’impresa di pulizie e del costante aggiornamento del numero dei decessi. Casa Serena ha voltato pagina. Lo aveva promesso il Comune, proprietario della struttura, e lo aveva ribadito la Coopas, la coop che la gestisce, appena il virus aveva allentato la presa. Hanno mantenuto la parola: la residenza di via Pasubio è una delle poche strutture per anziani che permette le visite agli “esterni”.

Per rendere possibile la svolta è stato necessario un protocollo rigidissimo, misure di contenimento inderogabili e un altissimo livello di attenzione. E la paura che il virus possa insinuarsi nuovamente tra gli anziani tiene lo stato di allerta ben al di sopra del livello di guardia. Gli operatori si spostano rispettando i percorsi “sporchi” e quelli “puliti”, in cui passa solo chi indossa la mascherina, il camice e il sovracamice monouso. Massima allerta, nonostante l’8 marzo i 91 ospiti abbiano completato il ciclo vaccinale.

Il protocollo di sicurezza. La prima apertura è dell’estate scorsa: «Ma solo all’esterno. I parenti potevano incontrare gli ospiti nel giardino della struttura – racconta Barbara Fozza, responsabile di Casa Serena per conto del Comune di Sassari –. La prima visita di un parente all’interno di Casa Serena è del 22 febbraio, l’ultima è di questa mattina (ieri, ndr)». Le regole di accesso sono ferree: «I parenti devono fissare un appuntamento – continua la direttrice –, una volta in struttura misuriamo la temperatura corporea ed eseguiamo un tampone antigenico a fluorescenza grazie al macchinario fornito dal Comune, che ci permette di processarli. Se si ottiene un esito negativo, la visita può iniziare». Nonostante la rigida prassi, l’incontro avviene in una stanza divisa da un pannello di plexiglass, con un citofono da utilizzare per agevolare le comunicazioni. Ospite e parente devono tenere la mascherina per tutta la durata dell’incontro. Quando si conclude, la stanza viene sanificata. Non è il massimo, il contatto è limitato alla possibilità di appoggiare la mano sul plexiglass, ma è qualcosa: «Per molti dei nostri ospiti rivedere i parenti è stato molto importante, il loro umore ne ha tratto giovamento. Alcuni non si vedevano da anni, forse la pandemia e il rischio di contrarre una malattia mortale hanno fatto superare anche i contrasti più radicati. Ovviamente sappiamo benissimo che un contatto sarebbe molto apprezzato, ma non possiamo abbassare la guardia» – aggiunge Fozza.

Libera uscita. A dare un’ulteriore stretta ci ha pensato la zona rossa. Perché prima gli anziani autosufficienti, vaccinati e con la mascherina, potevano uscire dalla struttura anche per compiere piccole commissioni. O, più importante, potevano trasferirsi per qualche giorno a casa dei parenti. Forse la cura migliore dopo la clausura forzata degli inverni scorsi: «Ovviamente questo avveniva dopo che tutti, ospiti e parenti, venivano informati sui rischi e sulle misure di sicurezza da rispettare, come l’uso costante della mascherina. E al rientro – aggiunge la direttrice – nessun contagiato. Ora con la zona rossa questo non è possibile ma abbiamo comunque organizzato attività grazie alla presenza di tre educatori e un insegnate che si occupa di musicoterapia. Gli ospiti sono molto impegnati, per quanto possibile si divertono. Inoltre gli operatori, quando possono, aiutano gli ospiti a comunicare con l’esterno tramite le videochiamate», conclude Barbara Fozza dalla casa di riposo che nel giro di un anno è passata dall’inferno del Covid alla speranza di un rapido ritorno alla normalità.



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