La Nuova Sardegna

Cade in una pozza d’acqua muore bambino di 18 mesi

di Gianni Bazzoni
Cade in una pozza d’acqua muore bambino di 18 mesi

Era sfuggito al controllo: inutili la corsa in ospedale e i tentativi di rianimazione

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SASSARI. Un padre disperato con il bambino in braccio, una mamma che gli cammina accanto scalza, tiene per mano l’altra figlia di tre anni. L’ambulanza sta per arrivare, ma c’è bisogno dell’intervento immediato di un medico perchè Diego, che ha solo 18 mesi, non respira più il battito del cuore è appena percettibile. Gli operatori sanitari dell’ospedale San Camillo (lungo la strada che collega Sassari con Sorso) prestano i primi soccorsi, si rendono conto che la situazione è disperata. Arriva la medicalizzata del 118, il piccolo viene trasferito d’urgenza in rianimazione alle Cliniche di San Pietro. Da quel momento comincia la speranza, c’è un debole segnale che però si spegne cinque ore più tardi. Purtroppo Diego non ce l’ha fatta. Il destino disegna ancora un finale tragico, i bimbi non dovrebbero morire, non ci dovrebbe essere spazio per scene come quelle viste ieri. Una calda giornata di primavera, la prima accettabile che ha spinto i più piccoli a uscire in giardino, per giocare al sole. Non per morire. Ed è anche talmente inutile ripetere che non è una cosa naturale. Ma succede ancora, in un luogo senza pericoli apparenti, in un prato verde, davanti alla casa di famiglia, simbolo di sicurezza per i bimbi.

Siamo nella strada vicinale “Taniga Malafede”, in una zona dell’agro dove si incrociano i confini territoriali di Sassari e Sorso. Succede tutto alle 13. Diego è in giardino con la sorellina e un’altra bambina, giocano e scherzano, ridono e si divertono. La mamma è in cucina, sta completando di sistemare la tavola per il pranzo, pochi attimi e sarà tutto pronto. Il papà è appena rientrato dal lavoro, ha fatto giusto in tempo a infilare le pantofole. La mamma chiama per il pranzo, Diego non arriva. «Dove è tuo fratello?», chiede la donna. La bambina dice: «Non lo so, non trovo Diego... Diego non c’è». I genitori corrono fuori, pochi passi all’esterno, nel prato verde ben curato. E il piccolo è lì, con la faccia nell’acqua, immobile in uno di quei laghetti preformati che si usano come arredo nei giardini, dove a volte si tengono anche i pesci rossi. Era una cosa bella e ora, improvvisamente, appare in tutta la sua pericolosità per un bambino così piccolo che a un anno e mezzo già si muoveva senza gattonare.

Il padre lo tira su, lo gira. Sull’acqua rimane il ciuccio, galleggia. Sono attimi terribili, la sorellina piange, la madre del bimbo chiama la centrale operativa del 118, spiega cosa è accaduto, riferisce che il bimbo non risponde, il battito al polso è debolissimo. La zona è complicata da raggiungere per l’ambulanza, specie se non si conosce bene il posto, e allora concordano di andarsi incontro, di trovarsi davanti all’ospedale San Camillo. Salgono in macchina e di corsa percorrono la strada vicinale, sbucano fuori e si dirigono verso San Camillo, che è lì a pochi minuti. Ma il tempo sembra interminabile, l’auto sembra non arrivare mai. Lo chiamano in continuazione, Diego non risponde, ha perso conoscenza. A San Camillo scendono, c’è un medico che esegue le manovre per cercare di tenere viva quella flebile speranza. Una scena drammatica, poi le ambulanze, si affiancano una accanto all’altra. Si decide per il trasporto immediato alle Cliniche di San Pietro dove viene allertata la rianimazione. Diego arriva alle 14.15, viene ricoverato in condizioni gravissime. La prognosi è riservata.

Comincia la lunga attesa, minuti pesanti che scandiscono le ore. Si spera in un miracolo, di quelli che i bambini meritano perché una cosa così banale non può spegnere per sempre la vita di un bimbo. Servirebbe un’altra occasione, una possibilità per riavvolgere il nastro e ricominciare. Invece è tutto fermo, non si può tornare a qualche minuto prima delle 13. Il dolore è un qualcosa che lacera dentro, toglie il respiro. Una mano fredda che si prende anche un piccolino simpatico e indifeso come Diego, che ha solo un anno e mezzo, e se lo porta via. Tristezza e disperazione, un senso di impotenza che coinvolge tutti: i medici hanno fatto l’impossibile, ogni persona che è intervenuta ha cercato di dare il suo contributo per salvare Diego. Ma vale niente, perché alle 18 quel piccolo mondo che doveva essere solo di giochi e gioia si ferma per sempre.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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