Anche le scuole dell’isola boicottano i test Invalsi
Presidio a Cagliari sotto il Consiglio regionale, una delegazione vola a Roma. I Cobas: proteste anche contro il precariato e per un nuovo piano sull’edilizia
CAGLIARI. Lo sciopero coincideva con la seconda giornata delle prove Invalsi delle seconde e quinte della primaria, quella di italiano, ma nel mirino non c'erano solo i contestati test, definiti "distruttivi" quanto la disattenzione generale nei confronti della scuola messa in grave evidenza dalla pandemia. E lo scopo serviva anche per dire no allo schema di scuola impostata in ottica Recovery fund, un'occasione di rinnovamento che rischierebbe di essere sprecata, concentrata sulla digitalizzazione. Al sit-in indetto dai Cobas (hanno aderito anche Usb, Unicobas, Cub, Osa, coordinamento precari) ha avuto il successo sperato, provocando disagi in parecchi istituti dell'isola e facendo saltare le prove Invalsi in molte classi. E, considerando i limiti legati alla pandemia per le manifestazioni (non era possibile fare un corteo), il presidio di protesta organizzato a Cagliari davanti al Consiglio regionale, in via Roma, è stato partecipato, con bandiere, striscioni e tanti interventi al megafono. Una delegazione sassarese in rappresentanza dell'isola era alla manifestazione di Roma.
«Lo sciopero si è svolto a macchia di leopardo alle medie e alle superiori - dice il portavoce di Cobas scuola Sardegna, Nicola Giua - ed è andato molto bene alle elementari: abbiamo conferma di decine di plessi o scuole completamente chiuse a Cagliari, Sassari, Nuoro, Quartu, Quartucciu, Assemini, Muravera, Sinnai ed altri centri. In tante altre comunque i quiz Invalsi sono saltati (totalmente o parzialmente) per l'astensione di insegnanti, collaboratori scolastici o per scelta delle famiglie che hanno tenuto a casa i figli non condividendo la scuola degli insulsi indovinelli. Lo hanno fatto anche il giorno prima per i quiz di inglese (c'è il divieto di scioperare per due giorni consecutivi). Alrove sono stati somministrati ad un numero ridicolo di alunni».Giua ricorda che le Invalsi «non essendo prove valutative non sono obbligatorie, ma le nuove procedure prevederebbero una sorta di propedeuticità all'ammissione agli esami di terza media e di Stato che di fatto ricatta studenti e famiglie per obbligarli a svolgerle (anche senza alcun profitto) pena l'esclusione dall'ammissione. La norma è stata sospesa e quindi non si capisce perché i quiz siano stati confermati, oltretutto imponendo un grave stress ai ragazzi, già pesantemente colpiti da 14 mesi di pandemia, scuole aperte a singhiozzo e la devastante Dad».
A parte l'abolizione dei test Invalsi, si è manifestato per « un contratto di pieno recupero salariale e la corresponsione di un'indennità di rischio, un vero piano di investimenti in edilizia scolastica e il miglioramento dei trasporti, la nomina di tutti i precari aventi diritto, su tutti i posti disponibili - dice Giua - Ma anche per la riduzione del numero di alunni per classe e l'aumento degli organici; una valutazione finale che tenga conto della fase pandemica vissuta da docenti e alunni; per lo sviluppo della lingua, della cultura e della storia sarde (enormi risorse regionali sono usate per inutili attività (vedi progetti Iscol@) o per finanziare le scuole private».
Nel piatto anche l'abuso dell'utilizzo di Dd e Did, il vincolo quinquennale di permanenza in una sede (il cosiddetto problema dei docenti "deportati" lontano da casa, che sta creando enormi problemi specie a madri e padri di famiglia). No anche al l'estensione «improponibile» del calendario scolastico; e al «nuovo curriculum degli studenti con il quale, per l'esame di Stato, verranno valutate anche le attività extrascolastiche che certificheranno ulteriormente le differenze sociali».
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