Il coro di Regioni e esperti: le regole vanno cambiate

Lo statistico Maruotti: «Sardegna intrappolata da un Rt di tre settimane fa»

SASSARI. Il coro di critiche contro il sistema di classificazioni delle aree di rischio è sempre più forte, le Regioni alzano la voce, anche perché la prospettiva di dover affrontare l’imminente stagione turistica con le regole attuali atterrisce molti amministratori locali. Poi ci sono i casi come quello della Sardegna, che ha quasi tutti gli indicatori più bassi rispetto al resto d’Italia, eppure non è riuscita, dopo una settimana, a scrollarsi di dosso la classificazione di zona arancione. La Valle d’Aosta, invece, ha lasciato la zona rossa dopo appena sette giorni, ma perché è riuscita a tempo di record a dimezzare il rapporto di contagi ogni 100mila abitanti, ovvero in un un parametro che consente di rivedere la classificazione prima della scadenza delle due settimane stabilita dalle ordinanze del ministero. Una regola tecnica difficile da spiegare a chi attende le riaperture per sopravvivere. «Come lo spieghiamo? L’unico modo per spiegarlo è la regola che, salvo rare eccezioni, impone di restare in una zona almeno per 2 settimane», dice Antonello Maruotti, statistico, professore ordinario all’università Lumsa di Roma. Maruotti era già stato molto duro verso l’uso dell’indice Rt come parametro per stabilire la pericolosità di contagio in una determinata area e aveva criticato, in una intervista alla Nuova, il passaggio della Sardegna in zona rossa. Ora la Sardegna è di nuovo al centro di una classificazione discussa: «Sulla permanenza in una determinata zona hanno mantenuto il punto - dice lo statistico -, perpetuando un errore che vi portate dietro da quell’Rt fuori norma che vi aveva condotto in zona rossa. Un indice che si è dimezzato in 3 settimane, accompagnato da un’incidenza di casi ogni 100mila abitanti che sta scendendo molto velocemente e da ospedali che non sono in sofferenza».

Non che la Sardegna sia un modello assoluto: «Indubbiamente c’è da migliorare per ciò che riguarda le vaccinazioni. Poi, se si può fare un appunto alla Sardegna, è che si fanno pochi tamponi. Chi ne fa ancora di meno è solo la Calabria. Quindi è ovvio che se i casi positivi non li cerchi, non li trovi. Questo è l'unico vero numero che andrebbe migliorato. Negli ultimi 7 giorni in Sardegna c’è stata una media di 1.400 tamponi ogni 100mila abitanti. Nel Lazio nel fanno 4mila, nella provincia autonoma di Bolzano quasi 10mila. Detto questo, ci vorrei vivere io in Sardegna con questa situazione, anche se nel Lazio non ci possiamo lamentare. Bonaccini e Fedriga si sono fatti sentire. Fosse successo in Lombardia quello che sta succedendo in Sardegna sarebbe successo un casino».

Le Regioni sono in pressing sul Governo per chiedere una revisione dei criteri di classificazione: «Senza dubbio il sistema di sorveglianza va rivisto. Bisogna mollare il parametro dell’indice Rt, ma senza sostituirlo con l’indice Rt ospedaliero, perché, a leggere la nota metodologica dell’Istituto superiore di sanità, è ancora più inattendibile».

Quali sono, dunque, i criteri migliori non tanto per fotografare la situazione esistente, quanto per prevedere l’evoluzione futura? «È necessario mettere insieme l’incidenza dei casi, la prevalenza - ovvero quante persone sono attualmente positive -, più il numero di tamponi effettuati. Un altro indicatore da tenere presente è il tempo che intercorre tra sintomi e diagnosi perché prima identifichi i soggetti positivi, prima intervieni per circoscrivere il contagio. Poi c’è l’aspetto ospedaliero, ma quello mi pare che da voi non rappresenti un problema, a prescindere dall’arbitrarietà delle soglie di allarme. Poi devi aggiungere indicatori sulla vaccinazione».

L’effetto dei vaccini si sta notando: «Un volta messe al riparo le persone anziane e i pazienti fragili, ti aspetti un impatto minore sugli ospedali. E infatti l’età media dei ricoveri si sta abbassando - sottolinea Maruotti -. Inoltre anche la letalità sta calando: nell’ultima fase non siamo mai arrivati al 3 per cento e ora siamo scesi al 2, proprio perché sempre meno anziani e soggetti deboli vengono contagiati. Quindi tenere in conto il procedere della campagna di vaccinazione è indispensabile per pensare alle riaperture. Consentire l’ingresso col solo tampone nelle ultime 48 ore è una follia».



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