la comunità pakistana
«Dopo il delitto è scappato da solo sapeva che non lo avremmo aiutato»
di Giusy Ferreli
TORTOLÌ. «L’omicidio del giovane Mirko e l’aggressione di sua madre Paola hanno sconvolto la nostra comunità che in queste giornate di dolore è vicina ai familiari. A loro vanno le nostre...
3 MINUTI DI LETTURA
TORTOLÌ. «L’omicidio del giovane Mirko e l’aggressione di sua madre Paola hanno sconvolto la nostra comunità che in queste giornate di dolore è vicina ai familiari. A loro vanno le nostre condoglianze». Babar Hussein, imprenditore pakistano di 41 anni, di cui 10 trascorsi dapprima nella Penisola e poi in Sardegna, si fa portavoce del dolore e dello choc dei suoi connazionali: una ventina di persone perfettamente integrate che vivono e lavorano a Tortolì. «Condanniamo con forza questo delitto: una persona che arriva ad uccidere un ragazzo e aggredire una donna è un criminale e come tale sarebbe stato trattato. Sapeva che non lo avremmo aiutato, per questo non si è rivolto a noi nella fuga», prosegue Hussein che, arrivato nella cittadina ogliastrina per lavorare nel settore della nautica come dipendente, ha avviato una sua attività nel campo del resinatura e lavora come terzista per conto dei cantieri nautici, in Ogliastra e nel resto d’Italia. Da lui, tempo addietro si era presentato anche Shahid Masih, il 29enne accusato di un delitto tanto efferato quanto ingiustificabile, che era arrivato da Cagliari al seguito dei giostrai e cercava un altro impiego, più stabile. «Qualche tempo fa era venuto da me in cerca di lavoro ma poi non avevamo risolto nulla», racconta ancora l’imprenditore pakistano.
Entrambi sono originari del Punjab: Hussein, che ha la doppia cittadinanza come i suoi quattro bambini che hanno dai 7 ai 2 anni, sono tutti nati all’ospedale di Lanusei e parlano sia il punjabi sia l’italiano, arriva dalla città di Gujranawala mentre Shahid è originario di Sialkoat, conosciuta come capitale mondiale dei palloni.
Hussein dunque ha avuto modo di conoscere il 29enne che, a differenza degli altri pakistani residenti a Tortolì si professa cristiano, e forse per questo era un richiedente asilo. La sua richiesta non era stata accettata e tre mesi fa, allo scadere del permesso di soggiorno, aveva perso il lavoro in un’azienda di Arbatax perché non era in regola con i documenti.
Il 20 dicembre il giovane era stato denunciato per stalking e maltrattamenti da Paola Piras che, dopo un gravissimo episodio, si era rivolta ai carabinieri. «Abbiamo saputo che aveva picchiato la sua donna. Nessuno di noi, però, pensava che potesse agire con tanta ferocia. Anche per questo siamo rimasti sconvolti: i miei dipendenti, in buona parte miei connazionali, il giorno dell’omicidio hanno interrotto il lavoro ad Arbatax e sono tornati a casa», dice ancora Babar Hussein che quel maledetto martedì si trovava in Toscana per lavoro. Era a Carrara quando ha ricevuto la telefonata di sua moglie che, sconvolta, lo ha informato di quanto successo nella palazzina gialla di viale Monsignor Virgilio. «Sarei rimasto in Toscana, poi però - osserva Hussein - ho visto le immagini della folla di fronte alla caserma dei carabinieri e sono tornato a casa. Devo essere sincero: guardando quei video ho avuto paura per la mia famiglia». Una famiglia che non ha mai avuto alcun genere di problema, anzi. «Ci siamo sempre trovati benissimo: noi conduciamo la nostra vita nel rispetto delle altre persone e il rispetto è reciproco. Non abbiamo mai avuto nulla da temere e posso dire che le persone sono sempre state cordiali. Per questo – conclude l'imprenditore – il crimine compiuto dal nostro connazionale è una ferita profonda anche per la nostra comunità».
Entrambi sono originari del Punjab: Hussein, che ha la doppia cittadinanza come i suoi quattro bambini che hanno dai 7 ai 2 anni, sono tutti nati all’ospedale di Lanusei e parlano sia il punjabi sia l’italiano, arriva dalla città di Gujranawala mentre Shahid è originario di Sialkoat, conosciuta come capitale mondiale dei palloni.
Hussein dunque ha avuto modo di conoscere il 29enne che, a differenza degli altri pakistani residenti a Tortolì si professa cristiano, e forse per questo era un richiedente asilo. La sua richiesta non era stata accettata e tre mesi fa, allo scadere del permesso di soggiorno, aveva perso il lavoro in un’azienda di Arbatax perché non era in regola con i documenti.
Il 20 dicembre il giovane era stato denunciato per stalking e maltrattamenti da Paola Piras che, dopo un gravissimo episodio, si era rivolta ai carabinieri. «Abbiamo saputo che aveva picchiato la sua donna. Nessuno di noi, però, pensava che potesse agire con tanta ferocia. Anche per questo siamo rimasti sconvolti: i miei dipendenti, in buona parte miei connazionali, il giorno dell’omicidio hanno interrotto il lavoro ad Arbatax e sono tornati a casa», dice ancora Babar Hussein che quel maledetto martedì si trovava in Toscana per lavoro. Era a Carrara quando ha ricevuto la telefonata di sua moglie che, sconvolta, lo ha informato di quanto successo nella palazzina gialla di viale Monsignor Virgilio. «Sarei rimasto in Toscana, poi però - osserva Hussein - ho visto le immagini della folla di fronte alla caserma dei carabinieri e sono tornato a casa. Devo essere sincero: guardando quei video ho avuto paura per la mia famiglia». Una famiglia che non ha mai avuto alcun genere di problema, anzi. «Ci siamo sempre trovati benissimo: noi conduciamo la nostra vita nel rispetto delle altre persone e il rispetto è reciproco. Non abbiamo mai avuto nulla da temere e posso dire che le persone sono sempre state cordiali. Per questo – conclude l'imprenditore – il crimine compiuto dal nostro connazionale è una ferita profonda anche per la nostra comunità».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
