Emergenza spopolamento l’isola è sempre più vuota

Nel 2050 un quarto degli abitanti via dal Sulcis, Nuoro, Oristano e Campidano

SASSARI. L’effetto ciambella si allarga e la voragine si estende dalle zone interne alle coste. Lo spopolamento cammina veloce, molto più spedito dei tanti discorsi e proclami per cercare di combatterlo con i quali non si riesce a tenere il suo passo. Le precedenti previsioni dicevano che entro il 2030 circa un centinaio di comuni sardi, piccoli e micro, sarebbero spariti dalla cartina dell’isola. Ora il rapporto Eurostat dice che quattro macro aree della Sardegna perderanno circa un quarto degli abitanti entro il 2050: si tratta di Carbonia-Iglesias (-25,5%), Medio Campidano (-24,6%), Oristano (-23,2%) e Nuoro (-22,3%). Insieme alla provincia di Enna in Sicilia, che perderà il 20,2%, sono le cinque zone d’Italia dove il calo demografico sarà da record. Sono infatti proprio le due isole maggiori, e in particolare la Sardegna, a pagare il prezzo più alto con percentuali lontane anni luce dalla media nazionale che segna -3,1%. L’Italia, quinta in Europa per calo demografico urbano, è divisa in due: malissimo le isole, bene anzi benissimo il centro Nord, con Bolzano che cresce del 21,5%, Verona del 12, Modena e Bologna tra l’8 e il 9%. Una altalena demografica che oscilla di pari passo con il Pil: dove ci sono ricchezza e opportunità di lavoro la popolazione aumenta, dove mancano le occasioni i giovani e le famiglie fanno la valigia per trasferirsi altrove. E alle loro spalle resta il deserto.

Fuga dai piccoli. La sua è una scelta di vita: Paola Casula è sindaca di Guasila, 2700 abitanti scarsi nel Sud Sardegna, lavora al comune di San Basilio, 1300 residenti, e abita ad Arixi, frazione di 400 anime tra Guasila, Senorbì e San Basilio. «Amo la vita nei piccoli paesi, meno caotica, più sana e più densa di affetti. Ed è una sofferenza vedere come anno dopo anno i nostri piccoli Comuni si svuotino». Il primo esempio che fa è quello del suo paese, Guasila: dal 1 gennaio a oggi siamo già a quota 25 decessi, erano stati 32 nel 2020». E le nascite?: «Meno di 10, ogni anno peggio, come nella maggior parte dei piccoli comuni dell’interno dell’isola». Paola Casula ha il quadro generale della situazione perché si occupa del tema come responsabile welfare all’interno dell’Anci e come consigliera regionale per le pari opportunità. «La questuine calo demografico è centrale, non c’è una sola ricetta per risolvere il problema. Ma da tempo chiediamo alla politica non interventi spot ma organici. Il primo obiettivo deve essere quello di rendere appetibile la vita nei piccoli Comuni accorciando le distanze con i grandi centri: si fa attraverso una migliore viabilità e un processo di digitalizzazione che ancora arranca». Per quanto riguarda le strade, basta sovrapporre due cartine, la prima che indica le zone a rischio spopolamento e la seconda l’indice di accessibilità, per avere la conferma di quanto strade e collegamenti siano fondamentali: dove non ci sono, o dove sono disagevoli – come la maggior parte delle strade interne dell’isola – i paesi si svuotano. Stesso discorso per quanto riguarda la digitalizzazione: «Il divario di connettività crea enormi disagi sul lavoro e in questo periodo complica lo smart working». E poi la questione delle donne. Dice Paola Casula: «Il calo delle nascite non è casuale ma è una conseguenza di tutto questo. Le donne che vorrebbero essere anche madri chiedono garanzie, non bonus bebè. Cercano lavori qualificati e servizi per conciliare gli impegni familiari: serve un piano d’attacco che possiamo sostenere con le risorse del Recovery fund. Ma è importante che ci sia coscienza della gravità del problema per affrontarlo al meglio».

La primavera dei paesi. «I dati di Eurostat non fanno che confermare ciò che Anci Sardegna e i sindaci delle aree interne dicono, inascoltati, da anni – sottolinea il presidente Emiliano Deiana –. Per salvare la Sardegna e le sue 377 comunità servono politiche a mosaico che incidano sui servizi, come sanità, scuola, trasporti, mobilità, sicurezza e sulle politiche familiari-infrastrutture sociali, cioè il diritto alla casa, i servizi per la prima infanzia, tutela del posto di lavoro per le donne che hanno figli, armonizzazione dei tempi di lavoro. E poi naturalmente lavoro e impresa con diritti digitali e connettività in primo piano. Sbaglia chi pensa che lo spopolamento si combatta col solo strumento del “contributo” per la filiazione che risulterebbe anche essere umiliante per le donne oltre che inutile – aggiunge Deiana –: serve una legge quadro come quella proposta da Anci denominata “La primavera dei paesi”: un sistema organico di norme che affronti i principali nodi. Insieme però, non in ordine sparso».

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