La Nuova Sardegna

Sentirsi accolti e ascoltati senza più paura

di Valeria Motzo*

* Questo articolo è stato scritto il 28 novembre del 2020, quando il progetto era partito da poche settimanedi Valeria Motzo*La scuola ha bisogno di stimoli esterni. Abbiamo necessità di spalancare...

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* Questo articolo è stato scritto il 28 novembre del 2020, quando il progetto era partito da poche settimane

di Valeria Motzo*

La scuola ha bisogno di stimoli esterni. Abbiamo necessità di spalancare porte e finestre per far entrare il mondo nelle nostre aule. Oggi più che mai. Oggi che le aule sono vuote e che siamo solo noi insegnanti a riempirle. Il nostro spazio di incontro è virtuale. Gli schermi si guardano da lontano, rimandano immagini piatte, che non si toccheranno mai. I nostri volti sono poco definiti, si vedono a scatti, le nostre voci sono disturbate. Il contatto ci è precluso. Come rendere viva una scuola così? Questo progetto crea legami che intessono una rete, è una possibilità di incontro, con altri studenti e con un altro mondo, che parla del mondo. Ma soprattutto qualcuno chiede ai ragazzi di esserci, fino in fondo e di contribuire, senza giudizio, senza valutazione. Hanno l’opportunità di mettersi in gioco, sentendosi accettati, per come sono. «Non escludiamo nessuno», mi ha detto Daniela. «Vogliamo che partecipino tutti, anche gli altri ragazzi della classe. A volte, timidamente, nel tempo, si fa avanti qualcun altro ed è benvenuto». È così che mi sono sentita anch’io quando mi hanno incluso nella chat di redazione. E ho pensato che stiamo dando un’opportunità bellissima a questi ragazzi: fare parte di un gruppo inclusivo, in cui gli si chiede solo di contribuire nella misura in cui loro vogliono farlo. In terza hanno aderito quasi tutti, prima pochi timidamente, poi gli altri. “E” da quando fa parte del progetto si è animata. Ho scoperto che ha una passione viva, che si informa, che ha una buona capacità di argomentare. È la prima che mi ha mandato il lavoro sul tema scelto. Qualcuno pensa che tutto questo possa togliere tempo alla scuola, al programma, alle verifiche, ma che cos’è la scuola? Possiamo pensare di continuare a fare una scuola come la facevamo prima? Dobbiamo lottare continuamente contro un nemico che ci sembra invincibile: l’apatia dei ragazzi. M. mancava da qualche giorno. Era uno dei più bravi, ma quest’anno ha preso un votaccio in italiano. Non dormiva da giorni, l’ansia gli ha rubato il sonno. “Non dormo perché ho paura di star male”. “Ma è successo qualcosa?” “No prof., è questa situazione”. Già, questa situazione. E lo capisco perfettamente. La sua ansia la proviamo tutti. Lui sta reagendo, ha iniziato un percorso di terapia. Gli dico che è stato bravissimo e che questo lo aiuterà a diventare una persona migliore, che poi vuol dire solo cercare di essere felice.

Tutti ripetiamo continuamente che questi ragazzi sono solo fragili, e la fragilità è vista come un peccato mortale. Si deve essere forti, sempre sul pezzo, attivi, super-impegnati, buttarsi sulle cose a capofitto. Ma non credo sia l’unico modo di vivere. Se questa maledetta pandemia ci ha insegnato qualcosa è proprio ad ascoltare il vuoto che abbiamo dentro. A dargli spazio e a riempirlo con ciò che di bello c’è. Cosa siamo senza i mille impegni quotidiani? Cosa siamo se ci fermiamo? Ognuno deve fare i conti con questa domanda. “Leggi un libro, M.”. “Non ci crederà prof., ma lo sto facendo”. “Certo che ti credo”. “Ma non è un libro vero, un libro giusto”. “E qual è?” “Harry Potter”. “Certo che lo è M.” gli ho detto. Nella classe di M. non ha aderito quasi nessuno. E quando chiedo qual è il tema che vogliono affrontare panico e afasia. “La pandemia no! Non leggiamo altro, non sentiamo altro!”“Questa cosa ci ha rubato gli anni migliori”. Alla fine pensano alla mafia. Tutti si animano. Facciamo una ricerca sulle fonti e ognuno dice la sua. Si infiammano per Falcone, Borsellino, Impastato. A questo serve questo progetto. In quinta hanno aderito alcuni ragazzi. Loro vogliono parlare della pandemia. B. mi manda quello che ha scritto. Un buon compitino, ma lei dov’è? Quando insegniamo ai ragazzi a tirar fuori la loro voce, ad esserci veramente, anche con le loro imperfezioni?

- Esserci.

- Per essere ascoltati.

- Senza paura.

A questo serve questo progetto. Grazie.

* docente del Tecnico Deffenu di Olbia



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