La Chiesa sarda contro la pedofilia: basta coperture, gli abusi vanno denunciati
di Mario Girau
Istituito in Sardegna il Servizio per la tutela dei minori come richiesto dalla Cei Monsignor Carboni: «Noi schierati a difesa dei bambini, non dei nostri preti»
3 MINUTI DI LETTURA
CAGLIARI. Senza molto rumore, ma con la necessaria sollecitudine, anche la Chiesa sarda ha ormai messo in essere le “Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili” approvate due anni fa dalla Cei per la prevenzione degli abusi di potere, di coscienza e sessuali nelle Chiese locali e negli istituti di vita consacrata, nelle associazioni e nei movimenti. È stato istituito il Servizio regionale tutela minori che ha nell’arcivescovo di Oristano, monsignor Roberto Carboni, il referente dell’episcopato sardo e in don Michele Fadda, psicologo, il coordinatore tecnico del Servizio ramificato in tutte le dieci diocesi della Sardegna, dove operano i referenti locali: medici, padri di famiglia, insegnanti, pedagogisti. Alcune diocesi hanno messo in comune le loro forze e collaborano.
L’obiettivo della Conferenza regionale dei vescovi è costituire in ogni diocesi una struttura agile e competente, con uno sportello per accogliere le segnalazioni e accompagnare le persone che chiedono aiuto. In alcune diocesi il servizio è già attivo, anche se rallentato dalla pandemia. Tre i principali compiti del Servizio regionale: sensibilizzare alla prevenzione tutti i responsabili delle comunità cristiane (catechisti, sacerdoti, genitori); accompagnare le singole diocesi, comunità religiose, associazioni o altre realtà ecclesiali nella stesura di protocolli e indicazioni di buone prassi per la tutela dei minori; infine stimolare, promuovere e coordinare l’informazione e la formazione degli operatori pastorali sulle tematiche della tutela dei minori e della prevenzione degli abusi. «La Chiesa – dice monsignor Carboni – doveva esprimere con chiarezza la volontà di affrontare con decisione tale tema, allontanandosi dalla tentazione e da una prassi che nel passato ha causato molte sofferenze e scandalo da parte di tanti: cioè quella di ignorare, coprire, tentare di salvare più l’istituzione che le persone». Tutta la Chiesa ha preso drammaticamente coscienza che non era sufficiente chiedere perdono o riconoscere i propri errori riguardo al modo con cui nel passato si affrontavano o non si affrontavano gli abusi, quando vigeva la regola che «i panni sporchi si lavano in casa».
Papa Francesco ha dato una forte accelerazione alla lotta contro gli abusi sui minori compiuti dal clero: nel marzo 2014 ha costituito una Pontificia commissione per la tutela dei minori; in 8 anni di pontificato ha pubblicato 15 lettere apostoliche sull’argomento, organizzato un incontro sulla protezione dei minori all’interno della Chiesa, messo a punto un vademecum cui devono attenersi i vescovi quando ricevono segnali su presunti abusi, abolito il segreto pontificio per i casi di abusi sui minori commessi da preti e frati e inserito tra i delitti più gravi contro i costumi «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di 18 anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». «C’ è un punto fermo da cui non si può prescindere. La Chiesa – dice Carboni – si schiera a tutela dei piccoli e delle persone vulnerabili e non in difesa dei nostri preti e delle nostre istituzioni. C’è la volontà esplicita di accogliere, ascoltare, accompagnare chi decide di fare una segnalazione, una denuncia o solo chiedere informazioni, ma soprattutto vi è l’impegno morale a denunciare. Quando i fatti di cui i vescovi o i loro incaricati vengono a conoscenza appaiono credibili e circostanziati c’è l’obbligo morale dell’esposto all’autorità giudiziaria o dare sostegno alla persona danneggiata che intende fare denuncia. E anche questo è un fatto notevolissimo».
L’obiettivo della Conferenza regionale dei vescovi è costituire in ogni diocesi una struttura agile e competente, con uno sportello per accogliere le segnalazioni e accompagnare le persone che chiedono aiuto. In alcune diocesi il servizio è già attivo, anche se rallentato dalla pandemia. Tre i principali compiti del Servizio regionale: sensibilizzare alla prevenzione tutti i responsabili delle comunità cristiane (catechisti, sacerdoti, genitori); accompagnare le singole diocesi, comunità religiose, associazioni o altre realtà ecclesiali nella stesura di protocolli e indicazioni di buone prassi per la tutela dei minori; infine stimolare, promuovere e coordinare l’informazione e la formazione degli operatori pastorali sulle tematiche della tutela dei minori e della prevenzione degli abusi. «La Chiesa – dice monsignor Carboni – doveva esprimere con chiarezza la volontà di affrontare con decisione tale tema, allontanandosi dalla tentazione e da una prassi che nel passato ha causato molte sofferenze e scandalo da parte di tanti: cioè quella di ignorare, coprire, tentare di salvare più l’istituzione che le persone». Tutta la Chiesa ha preso drammaticamente coscienza che non era sufficiente chiedere perdono o riconoscere i propri errori riguardo al modo con cui nel passato si affrontavano o non si affrontavano gli abusi, quando vigeva la regola che «i panni sporchi si lavano in casa».
Papa Francesco ha dato una forte accelerazione alla lotta contro gli abusi sui minori compiuti dal clero: nel marzo 2014 ha costituito una Pontificia commissione per la tutela dei minori; in 8 anni di pontificato ha pubblicato 15 lettere apostoliche sull’argomento, organizzato un incontro sulla protezione dei minori all’interno della Chiesa, messo a punto un vademecum cui devono attenersi i vescovi quando ricevono segnali su presunti abusi, abolito il segreto pontificio per i casi di abusi sui minori commessi da preti e frati e inserito tra i delitti più gravi contro i costumi «l’acquisizione o la detenzione o la divulgazione, a fine di libidine, di immagini pornografiche di minori di 18 anni da parte di un chierico, in qualunque modo e con qualunque strumento». «C’ è un punto fermo da cui non si può prescindere. La Chiesa – dice Carboni – si schiera a tutela dei piccoli e delle persone vulnerabili e non in difesa dei nostri preti e delle nostre istituzioni. C’è la volontà esplicita di accogliere, ascoltare, accompagnare chi decide di fare una segnalazione, una denuncia o solo chiedere informazioni, ma soprattutto vi è l’impegno morale a denunciare. Quando i fatti di cui i vescovi o i loro incaricati vengono a conoscenza appaiono credibili e circostanziati c’è l’obbligo morale dell’esposto all’autorità giudiziaria o dare sostegno alla persona danneggiata che intende fare denuncia. E anche questo è un fatto notevolissimo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
