«Ero il colpevole perfetto: ora tanti mi chiedono scusa»

Il racconto di Andrea Becciu, ex comandante della polizia locale ad Arzachena: «Devastante la foto in bermuda mentre striscio il badge, facile dubitare di me»

ALGHERO. La vita adesso la indossa bene, e gli calza a pennello, come fosse una divisa appena stirata, linda, che profuma di pulito. Per quattro anni l’aveva ripiegata nel cassetto, perché le macchie erano troppo evidenti, imbarazzanti, e difficili da levare.

Andrea Becciu passeggia rilassato, sul lungomare di Alghero, sorride svelto, strizzando gli occhi e il suo abito d’ordinanza è di nuovo la spensieratezza.


Prosciolto in fase preliminare, senza bisogno di andare a processo per dimostrare la propria onestà. Sette capi di accusa svaporati, il pubblico ministero che chiede il non luogo a procedere. Quattro anni di attesa, un calvario estenuante e insolito, tre anni e mezzo solo per fissare l’udienza preliminare. E nel frattempo la vita che va in autoprotezione, con una serenità interiore e un sorriso indossati a mò di corazza. E tutto il fango che scivola sopra, senza troppo scalfire. Ex comandante della polizia locale di Arzachena, dal giugno 2015 al dicembre 2017, poi licenziato dal Comune il 18 febbraio 2018.

Dal 15 agosto 2017, per tre messi serrati, ogni suo movimento viene seguito dalla Guardia di Finanza. La sua foto in bermuda da mare, mentre striscia il badge e oblitera la fine della sua esperienza da dipendente pubblico, il 14 dicembre 2017 è rimbalzata sulle prime pagine dei quotidiani, e poi anche nei tiggì nazionali. Era il periodo dei furbetti del cartellino, e un comandante abbronzato che timbra in tenuta da spiaggia era la notizia perfetta. L’upgrade della più nota fotografia del “vigile in mutande”.

«Per una settimana mi sono rintanato in casa. E quando finalmente ho preso coraggio e sono uscito, ricordo perfettamente la sensazione surreale. Io, che per carattere sono socievole ed espansivo, camminavo a testa bassa, evitando di incrociare le persone che conoscevo. E loro facevano la stessa cosa. C’era un imbarazzo reciproco. E quando capitava di incontrarsi, proprio non se ne poteva fare a meno, tutti facevano finta di nulla, come se alla mia vita non fosse accaduto niente. Le accuse che mi avevano cucito addosso erano terribili, c’erano le immagini in bermuda che sembravano inequivocabili, e io non avevo la possibilità di difendermi, almeno pubblicamente. In quella fase dovevo tenere un profilo basso, fare in modo che la giustizia facesse il suo corso, e non rilasciare alcuna dichiarazione. Però la mia immagine era distrutta, e mi rendevo conto che anche le persone che mi volevano più bene, come i miei familiari, mi stavano vicino ma allo stesso tempo avevano perplessità nei confronti di una vicenda che appariva delicata. E anche se spiegavo che indossare un costume faceva parte dell’attività in borghese, che non ho mai rubato un’ora di lavoro, ma anzi ho fatto tanti straordinari mai retribuiti, contro di me c’erano sette capi di accusa, e nutrire dei dubbi purtroppo era naturale. L’unico che ha sempre avuto totale fiducia in me e anche nell’esito della vicenda giudiziaria è stato il mio avvocato e amico Elias Vacca. Ci tengo davvero a ringraziarlo per il suo impegno e la sua professionalità e per avermi dato sempre sostegno e ottimismo ».



Anche nei frangenti più difficili, quando arriva il licenziamento da parte del Comune di Arzachena. Sono anni pesantissimi, trovare un’altra occupazione con Google che offre le referenze, è impossibile. «Mi fa sorridere, ma c’è stato un momento in cui ho tirato un sospiro di sollievo. Mi dispiace per lui e spero che ne venga fuori esattamente come me, ma avere un Becciu più famoso, che rankava nelle prime pagine del motore di ricerca, mi è tornato utile. Il cardinale che oscurava il comandante. Le mie giornate erano un po’ più leggere».

La sensazione di non avere più un’intimità, come vivere costantemente dentro una tomografia assiale. «C’era anche la storia delle le uniformi da cerimonia. Mi si accusava di averle fatte sparire, di essermene appropriato, magari di averle rivendute. È successo questo: quando lavoravo ad Alghero, ero incaricato di occuparmi dei cerimoniali. Poi da comandante ad Arzachena, avendo a disposizione degli avanzi di un capitolato di spesa e avendo l’obbligo di utilizzare tutte le risorse, avevo deciso di acquistare quattro uniformi e sciabole per gli ufficiali. Solo dopo ho realizzato che le cerimonie non facevano parte della tradizione locale. E infatti le uniformi sono rimaste incellophanate dentro gli armadietti chiusi a chiave, in attesa di essere utilizzate per eventi particolari, come l’arrivo di qualche autorità in Costa Smeralda. E quando gli inquirenti sono venuti a perquisire l’ufficio, chiedendo conto delle divise sparite, non ho fatto altro che aprire e mostrarle».

Quattro anni lontano dal lavoro, e anche alla larga da Arzachena, dove nel frattempo Becciu non ha più messo piede. «Ho ancora la causa di lavoro. Non so cosa mi aspetti, se dovessi essere reintegrato. Però questa esperienza mi ha sicuramente cambiato. Quando tornerò a fare il comandante, perché questo è il ruolo per cui mi sono speso negli anni e ho vinto un concorso, che sia ad Arzachena o altrove, avrò certamente un approccio differente. Affronterei ogni indagine con il massimo scrupolo, controllerei e ricontrollerei ogni prova, prima di formulare qualsiasi accusa starei attentissimo, valutando tutti gli elementi in modo approfondito, con le più attente garanzie per la persona sottoposta ad indagine. Perché ora so come ci si sente dall’altra parte».
 

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