Becciu a giudizio: «La verità verrà a galla»

Il cardinale davanti ai giudici vaticani il 27 luglio. Con lui Cecilia Marogna e altre otto persone coinvolte nello scandalo

CITTÀ DEL VATICANO. C’è quasi un senso di liberazione nelle parole di monsignor Angelo Becciu, dopo aver appreso la notizia del rinvio a giudizio suo e di altre nove persone accusate di reati che vanno dal peculato alla truffa, dall'abuso d'ufficio all'appropriazione indebita, dalla corruzione all'estorsione. «Sono vittima di una macchinazione ordita ai miei danni – ha fatto sapere il cardinale – e attendevo da tempo di conoscere le eventuali accuse nei miei confronti, per permettermi di smentirle e dimostrare al mondo la mia assoluta innocenza».

«In questi lunghi mesi si è inventato di tutto sulla mia persona – ha continuato –, esponendomi a una gogna mediatica senza pari al cui gioco non mi sono prestato, soffrendo in silenzio, anche per il rispetto e la tutela della Chiesa, a cui ho dedicato la mia intera vita. Solo considerando questa grande ingiustizia come una prova di fede riesco a trovare la forza per combattere questa battaglia di verità».

Per monsignor Becciu il momento della verità è vicino. L’udienza davanti ai giudici del Vaticano si terrà il 27 di questo mese e il processo non sarà lungo. «Finalmente sta arrivando il momento del chiarimento – ha concluso il cardinale – e il Tribunale potrà riscontrare l’assoluta falsità delle accuse nei miei confronti e le trame oscure che evidentemente le hanno sostenute e alimentate.»

Il prelato dovrà difendersi dai molti dubbi sulla gestione dei fondi della Segreteria di Stato. Con lui religiosi, funzionari della Santa Sede, finanzieri e manager accusati di reati pesanti. Ci sarà da chiarire quello che gli inquirenti vaticani definiscono «un marcio sistema predatorio e lucrativo» a danno della stessa Segreteria di Stato e di suoi fondi caritativi come l'Obolo di San Pietro, con conseguenti gravi perdite per le casse vaticane, e che si sarebbe retto su «complicità e connivenze» tra operatori finanziari e consulenti esterni e addetti e dirigenti interni.

Monsignor Becciu, in particolare, è accusato di peculato e abuso d'ufficio, oltre che di «subornazione» di un testimone (monsignor Alberto Perlasca, cui avrebbe cercato di far ritrattare le deposizioni accusatorie). A lui si imputano bonifici per 575.000 euro fatti dalla Segreteria di Stato alla manager cagliaritana Cecilia Marogna, che sarebbero poi finiti in spese personali e oggetti di lusso, e i finanziamenti rivolti alla cooperativa del fratello Antonino (600.000 euro dai fondi Cei e 225.000 da quelli della Santa Sede). Gli altri imputati sono lo svizzero René Brülhart, ex presidente dell'Autorità di vigilanza finanziaria (abuso d'ufficio), mons. Mauro Carlino, già segretario di Becciu (estorsione e abuso d'ufficio), Enrico Crasso, Tommaso Di Ruzza, Raffaele Mincione, (il finanziere che fece sottoscrivere alla Segreteria di Stato importanti quote del fondo che possedeva l'immobile londinese, usando poi - secondo le accuse - il denaro ricevuto per suoi investimenti speculativi), Nicola Squillace, Fabrizio Tirabassi e Gianluigi Torzi.

A monsignor Becciu ieri è arrivata la solidarietà del vescovo di Ozieri, Corrado Melis che ha voluto testimoniare «con l'affetto di sempre, la dirittura morale e l'ispirazione ai valori evangelici che il cardinale ha posto a fondamento della sua vita. Nonostante il calvario che ha messo tutti di fronte a un'indicibile prova - nondimeno affrontata con pazienza e fiducia perché non vi è mai stato dubbio dell'estraneità di Sua Eminenza agli addebiti divulgati dalla stampa». Il vescovo Melis «serenamente confida nel pieno disvelamento della verità. Ripone, comunque, assoluta fiducia nelle autorità vaticane procedenti, con l'auspicio che possano al più presto acclarare la correttezza e serietà del cardinale Becciu sotto ogni profilo.

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