Starace chiude il gas in Sardegna: "Non ha futuro, qui avete sole e vento"

L'amministratore delegato dell'Enel delinea gli scenari per l'isola: "Un sistema di accumulatori e 5 gigawatt di rinnovabili"

CAGLIARI. Al vertice di Enel, un gigante da 65 miliardi di euro di fatturato, oltre 5 di utili e circa 10 miliardi di investimenti previsti nel solo 2020 in tutto il mondo, c'è Francesco Starace, 65 anni, ingegnere nucleare, appassionato ciclista, come Cingolani, da ventun anni in Enel e da sette suo amministratore delegato e direttore generale. Enel, presente in 32 paesi, in cinque continenti, è uno dei principali produttori di energia da fonti rinnovabili al mondo, con una capacità installata da idrico, eolico, geotermico, fotovoltaico e biomasse di ben 49 gigawatt. La società adesso ha pronto un programma per fare della Sardegna un polo "verde", incrementando la produzione di elettricità, rinunciando in pratica al carbone e puntando in maniera decisa sulle rinnovabili e gli accumuli. «Vogliamo anticipare i tempi della decarbonizzazione - ha detto Francesco Starace ieri alla Nuova Sardegna - con progetti fattibili, credibili, sostenibili sia ambientalmente che economicamente».

L'addio al carbone, irreversibile e previsto, si accompagna però ad una altra rinuncia, questa meno attesa: il no alla trasformazione della centrale del sud Sardegna, quella di Portovesme in centrale a gas.Un no che apre ipotesi ad oggi non definite, per le ricadute di politica industriale non solo per il sud Sardegna ma per l'intera isola. Le parole di Starace però non lasciano spazio a fraintendimenti di alcun genere.«Non prevediamo un futuro produttivo per quella centrale in questo nostro scenario».

Il vostro obiettivo è fare dell'isola al 2030 una regione green. Come è nato questo piano, attraverso quali peculiarità si caratterizza e quali cifre potrebbero venir messe in gioco.

«Tutto è nato dall'analisi degli investimenti che noi e Terna (il gestore della rete elettrica ad alta tensione nazionale, ndr) intendiamo realizzare nel futuro. Il Tyrrhenian link, che collegherà Sardegna, Sicilia e Campania e che inserirà a pieno titolo e senza vincolo alcuno la Sardegna nella rete nazionale, chiudendo il cerchio ideale di collegamenti, permetterà all'isola di contemplare un futuro green. La chiusura degli impianti a carbone al 2025 potrà avvenire senza altra capacità di generazione termica, alimentata a gas. Oggi, e nel prossimo futuro, il gas in Sardegna non c'è. Che senso ha destinare investimenti in questa filiera quando si sa che servirà solo a stabilizzare il sistema per un breve arco di anni? Analizzando il Pnrr ci siamo così domandati: ma è possibile che una area vasta e importante del paese possa già adesso "saltare" il gas e arrivare prima degli altri a vedere il suo parco energetico e industriale veramente green? È possibile far fare a una delle aree più preziose del paese un poderoso salto in avanti? Noi riteniamo di sì».

Possiamo disegnare questi scenari?

«Volentieri. Noi pensiamo a una Sardegna solo elettrificata, per le famiglie e le imprese, che sfrutti i doni naturali, acqua sole e vento, e cambi per sempre i paradigmi ambientali locali. Un primo scenario ipotizza l'installazione, a Thyrrenian link in esercizio, di un gigawatt di batterie e circa 4/5 gigawatt di potenza di rinnovabili in più rispetto a quanto abbiamo adesso. Oltre agli ovvi benefici ambientali, come la scomparsa di fatto dell'anidride carbonica prodotta dalle fonti fossili, un piano del genere svilupperebbe investimenti sull'intera filiera da qui al 2030 di 15 miliardi di euro, un indotto più che doppio e una occupazione tra i 10 e i 15mila addetti qualificati e specializzati. Soprattutto si vedrebbe e si venderebbe nel mondo l'isola non solo come produttrice di inquinanti materie prime, ma come una area del tutto green. Dalle auto elettriche nei luoghi turistici sia del mare che delle aree interne, ai porti liberi dal gasolio delle navi in sosta, alimentate solo dall'energia elettrica e non dai motori a diesel. La Sardegna sarebbe un unicum in tutto il Mediterraneo».

Voi siete presenti in tutta la riva sud del Mediterraneo europeo, con importanti asset in Spagna e Grecia. Ci sono analoghe iniziative nelle altre due penisole?

«Si, ci sono ma non con queste dimensioni. Le Baleari, che hanno una estensione di un quinto rispetto alla Sardegna, stanno pensando a soluzioni analoghe, ma non hanno gli stessi spazi, ancor più la Grecia, dove è certamente più facile convertire le isole minori. No, non c'è confronto per dimensioni e impatto. La Sardegna sarebbe un caso a sé per le dimensioni del territorio e gli interventi previsti, una esperienza pilota modello per il resto dell'Europa, con una capacità attrattiva, sia in chiave turistica che imprenditoriale molto robusta».

Investimenti, con accumuli e rinnovabili. Farete tutto da soli?

«No. Il nostro piano di investimenti prevede la crescita di rinnovabili in tutta Italia. In Sardegna possiamo arrivare a un terzo, o anche di più della cifra sopra ipotizzata di 4 o 5 gigawatt. Ma puntiamo a realizzare anche un parco di accumuli realistico, robusto e diversificato».

Il presidente della Regione Christian Solinas nel recentissimo incontro con il direttore di Enel Italia Carlo Tamburi ha dichiarato che la Regione "è disposta a ragionare su un nuovo schema di sviluppo delle rinnovabili a partire dall'idroelettrico, che riteniamo preferibile, meno impattante rispetto all'eolico". Che ne pensate?

«Saremmo molto contenti di fare altro idroelettrico ma dobbiamo essere realistici sulla possibilità di fare bacini adeguati in tempi, come dire, umani, perchè purtroppo il tempo, in questi scenari è una variabile decisiva. I parchi di batterie per noi sono ormai una buona soluzione: non occupano molto suolo e non fanno rumore. Idroelettrico e accumulo elettrochimico possono convivere, l'importante è disporre di una capacità di accumulo significativa».

Enel ha una delle sue centrali a carbone, nel sito industriale di Portovesme. Rispetterete i tempi per la chiusura entro il 2025? Avete avviato i piani per la sua riconversione a gas?

«Non pensiamo ad alcuna riconversione a gas. Che logica ci sarebbe nel riconvertirla se poi dopo pochi anni, dal punto di vista industriale, la devo comunque dismettere? È un controsenso. Capisco se fosse inserita in un contesto privo di sole e vento, ma qui, veramente, riconvertire a gas quella centrale è illogico».

Ma come farete visto che il nuovo cavo sarà pronto nel 2028 e le centrali andranno chiuse nel 2025?

«Se il governo imbocca come tutti gli atti confermano con decisione la strada della decarbonizzazione non ci saranno problemi industriali e di stabilità nell'alimentazione della rete. Appena il sistema sarà in sicurezza si potrà smantellare la centrale a carbone, nel frattempo la si tiene, ferma, per intervenire in caso di necessità fino alla coonessione con il Tyrrhenian link. Con le nuove disposizioni di legge i parchi di rinnovabili si possono mettere in esercizio in due anni, abbiamo tutto il tempo per mettere in sicurezza il sistema».

Chiudere la centrale a carbone di Portovesme significa creare problemi a un territorio già martoriato.

«Assolutamente no. Voglio essere molto chiaro. Alla fine di questo percorso, che durerà anni, nessuno rimarrà a terra. In Sardegna avremo bisogno di assumere personale, non di mandarlo a casa. Del resto la politica di Enel non è quella di abbandonare i propri collaboratori. Assumeremo, altro che licenziamenti».

Elettricità come unica e diffusa fonte energetica. Oltre al settore produttivo come cambierà la vita per i comuni cittadini?

«Pensate al trasporto pubblico urbano: già adesso l'elettrificazione, certo non spinta, sta cambiando la fisionomia di molti centri. Elettrificare tutto significa cambiare il volto delle nostre città. In meglio».

I tempi, ingegnere, ci dia i tempi di questa rivoluzione, vista dalla sua parte.

«Entro il 2030 l'intero sistema andrà a regime, forse anche prima, se il Tyrrhenian link entrerà in linea secondo programma».

@gcentore©RIPRODUZIONE RISERVATA

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