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«La natura è resiliente, aiutiamola»

«La natura è resiliente, aiutiamola»

I botanici sardi: «Non servono nuovi boschi, salvaguardiamo quelli esistenti»

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SASSARI. Il Montiferru si lecca le ferite dopo il devastate rogo della scorsa settimana aiutato dalla solidarietà del mondo delle campagne, e non solo. La conta dei danni è solo all’inizio e non si annuncia né breve né facile. Le fiamme hanno divorato ventimila ettari di pascoli e di boschi, ucciso migliaia di capi di bestiame e mandato in fumo il lavoro di una vita a centinaia di agricoltori. Quando e come si potrà ripartire? Sul punto interviene Emmanuele Farris, presidente della sezione sarda della Società italiana di botanica con una serie di proposte che meritano attenzione. «Con il passare dei giorni – sostiene Farris – si sta sviluppando, spesso in maniera confusa, il dibattito sulle cause e, soprattutto, sulle azioni da compiere perché simili eventi non si ripetano. Spinti dall’onda emotiva, sono stati proposti “grandi numeri” come soluzione del problema: tanti aerei ed elicotteri per costituire una flotta antincendio regionale e milioni di alberi da piantare nei prossimi anni per ricostituire il manto boschivo andato in fumo. La comunità scientifica, pur partecipe dell’emozione del momento, ha però il dovere di rilevare le criticità e le opportunità da valutare per ottenere risultati duraturi e sostenibili sia dal punto di vista socio-economico sia da quello ecologico».

«Come botanici – continua Farris – sentiamo il dovere di partecipare a questo dibattito e di chiederci se la soluzione a tutto questo sia quella di ripiantare 100 milioni di alberi nei prossimi anni: ma quali alberi? Dove e come saranno prodotti e poi piantati? È questa una soluzione ecologicamente duratura e sostenibile per il territorio? Già dopo i disastrosi incendi del 1983 e del 1994 nell’area vennero realizzati dei rimboschimenti con l’introduzione di piante che nulla avevano a che fare con l’ecosistema del Montiferru, come pini e aceri campestri, che vennero messi a dimora dissodando con mezzi meccanici la cotica spontanea di corbezzolo ed erica ed aumentando il dissesto idrogeologico dei versanti montani senza migliorarne la resistenza al fuoco. Inoltre, gran parte di questi rimboschimenti a pini sono stati irrimediabilmente distrutti vanificando anche le ingenti risorse impiegate. Vogliamo evitare che si ripetano gli stessi errori». La soluzione proposta dagli esperti dell’Università di Sassari è un’altra. «Non solo le nostre comunità sono resilienti – spiega Farris –, lo sono anche le comunità vegetali: una parte degli alberi e arbusti autoctoni del Montiferru è ancora vitale a livello di apparati radicali, e nelle prossime settimane reagirà al passaggio del fuoco producendo nuovi getti che diventeranno i pionieri della ricolonizzazione. Suggeriamo quindi che l’impegno principale di denaro pubblico sia indirizzato per favorire questo naturale processo ecologico, mediante interventi che contemplino il taglio delle parti non più vitali, interventi selvicolturali di cura del bosco e la messa a dimora di postime autoctono ove lo stesso non sarà risultato resiliente. La Sardegna non ha solo bisogno di nuovi alberi, ma anche di oliveti, vigneti, campi coltivati e soprattutto di prevenzione e di corrette politiche di pianificazione del territorio e di gestione forestale, che andrebbero ripensate con una visione partecipativa e transdisciplinare». In sostanza un approccio più qualitativo che quantitativo. «Non abbiamo bisogno di nuovi boschi, quanto di migliorare la qualità di quelli esistenti. Possibilmente con il coinvolgimento di allevatori e agricoltori primi custodi della biodiversità delle nostre campagne.

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