Dopo 26 anni una verità a metà
di Gianni Bazzoni
Il fratello di una delle vittime del massacro di Chilivani: «Non ci stancheremo mai di cercare giustizia»
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SASSARI. Sono passati 26 anni ma il ricordo è di quelli che non sbiadiscono e la vicenda annoverata tra quelle che non riescono a trovare pace. Forse perchè non si è mai fermata la ricerca della verità, quella completa che dovrebbe chiarire perché i carabinieri Ciriaco Carru e Walter Frau sono stati uccisi quel giorno del 16 agosto del 1995 nella piana di Chilivani.
«Cerchiamo ancora la verità – ha detto ieri il brigadiere in pensione Roberto Frau, fratello di Walter, presente alla cerimonia di Ped’e Semene insieme ad altri familiari – il nostro legale ci aiuta a mettere insieme gli atti che servono e noi non ci stancheremo mai, finché avremo le forze, di cercare la verità. Per avere giustizia: lo dobbiamo a Walter». Ieri mattina, appuntamento alle 9, sul luogo di una tragedia che per quanto scritta più volte ha sempre i contorni di uno dei tanti misteri italiani. Cerimonia in forma privata (così è stato deciso: dopo il venticinquennale si procederà con riti ufficiali ogni cinque anni), ma la solennità non è una cosa che si fa schiacciando un tasto. C’era il comandante provinciale dei carabinieri Dionisio De Masi, altri ufficiali del territorio, familiari dei due militari Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, amministratori comunali che ogni anno tornano su quell’angolo di terra battuta dal sole per deporre fiori e corone. Una preghiera e il saluto, una tragedia che ancora oggi lascia dietro di sè incredulità e una lunga lista di interrogativi.
Perché quella barbara esecuzione? Perché una banda non proprio di professionisti arrivò a uno scontro a fuoco così determinato fino all’uccisione di Ciriaco Carru e Walter Frau quando - in questi casi - la fuga avrebbe rappresentato la via d’uscita più accettabile? Walter Frau e Ciriaco Carru, in servizio alla radiomobile di Ozieri, arrivarono a Ped’e Semene per controllare una betoniera accostata sulla strada, c’è anche un’auto rubata. I due militari fermano una persona, la ammanettano. Comunicano via radio alla centrale la situazione. E comincia l’inferno di fuoco, i banditi sparano alle spalle, usano Kalashnikov. Carru e Frau rispondono al fuoco, ma vengono uccisi. Quella banda è stata sgominata: uno dei componenti si era tolto la vita poco prima dell’arresto, gli altri sono stati tutti condannati: 4 ergastoli e due sentenze a 24 e 22 anni. Ormai sono tutti liberi o quasi.
Ma la storia non ha ancora un capitolo finale. Il famoso fascicolo del “Chilivani bis” sembra scivolato in un binario senza uscita e resta quella convinzione - ribadita anche ieri dal fratello di Walter Frau - che del commando facessero parte altri personaggi mai identificati e che - per quanto un furgone portavalori potesse essere un obiettivo primario, più di qualcosa non torna e resta il mistero su una strage che da 26 anni si porta dietro una verità incompleta. Verità e giustizia, è attorno a queste due parole che ogni anno ci si ritrova nel nome di Walter Frau e Ciriaco Carru.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Cerchiamo ancora la verità – ha detto ieri il brigadiere in pensione Roberto Frau, fratello di Walter, presente alla cerimonia di Ped’e Semene insieme ad altri familiari – il nostro legale ci aiuta a mettere insieme gli atti che servono e noi non ci stancheremo mai, finché avremo le forze, di cercare la verità. Per avere giustizia: lo dobbiamo a Walter». Ieri mattina, appuntamento alle 9, sul luogo di una tragedia che per quanto scritta più volte ha sempre i contorni di uno dei tanti misteri italiani. Cerimonia in forma privata (così è stato deciso: dopo il venticinquennale si procederà con riti ufficiali ogni cinque anni), ma la solennità non è una cosa che si fa schiacciando un tasto. C’era il comandante provinciale dei carabinieri Dionisio De Masi, altri ufficiali del territorio, familiari dei due militari Medaglia d’oro al valor militare alla memoria, amministratori comunali che ogni anno tornano su quell’angolo di terra battuta dal sole per deporre fiori e corone. Una preghiera e il saluto, una tragedia che ancora oggi lascia dietro di sè incredulità e una lunga lista di interrogativi.
Perché quella barbara esecuzione? Perché una banda non proprio di professionisti arrivò a uno scontro a fuoco così determinato fino all’uccisione di Ciriaco Carru e Walter Frau quando - in questi casi - la fuga avrebbe rappresentato la via d’uscita più accettabile? Walter Frau e Ciriaco Carru, in servizio alla radiomobile di Ozieri, arrivarono a Ped’e Semene per controllare una betoniera accostata sulla strada, c’è anche un’auto rubata. I due militari fermano una persona, la ammanettano. Comunicano via radio alla centrale la situazione. E comincia l’inferno di fuoco, i banditi sparano alle spalle, usano Kalashnikov. Carru e Frau rispondono al fuoco, ma vengono uccisi. Quella banda è stata sgominata: uno dei componenti si era tolto la vita poco prima dell’arresto, gli altri sono stati tutti condannati: 4 ergastoli e due sentenze a 24 e 22 anni. Ormai sono tutti liberi o quasi.
Ma la storia non ha ancora un capitolo finale. Il famoso fascicolo del “Chilivani bis” sembra scivolato in un binario senza uscita e resta quella convinzione - ribadita anche ieri dal fratello di Walter Frau - che del commando facessero parte altri personaggi mai identificati e che - per quanto un furgone portavalori potesse essere un obiettivo primario, più di qualcosa non torna e resta il mistero su una strage che da 26 anni si porta dietro una verità incompleta. Verità e giustizia, è attorno a queste due parole che ogni anno ci si ritrova nel nome di Walter Frau e Ciriaco Carru.
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