In un anno da 9 ricoveri a 300 «Colpa della variante delta»
di Claudio Zoccheddu
Nell’agosto 2020 terapie intensive vuote e dodici contagi in un giorno Il microbiologo Cassone: «Il nemico è più forte, ma i vaccini limitano i danni»
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SASSARI. È passato appena un anno, anche se non sembra. Il 19 agosto del 2020 è una data lontanissima dal punto di vista epidemiologico, molto più di quanto non dica il calendario. La dimostrazione è nei dati: il 19 agosto del 2020 le terapie intensive dell’isola non avevano pazienti covid, nelle aree mediche erano appena 9, i contagi giornalieri erano dodici e c’erano 113 persone in isolamento. Il 19 agosto del 2021 le terapie intensive avevano 20 pazienti ricoverati, nelle aree mediche i ricoverati covid erano 175, i casi giornalieri 451 e le persone in isolamento 7.281. Se non ci fosse la certezza dei numeri, si potrebbe pensare ad un errore. Ma non è così. Il “segreto” è un altro: «Ciò che è accaduto è chiaro. L’estate scorsa avevamo un virus, quest’anno ne abbiamo un altro – spiega il professore Antonio Cassone, esperto di fama internazionale nel campo della microbiologia medica e della vaccinologia, docente universitario ed ex direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Iss –. E meno male che abbiamo avuto i vaccini». L’indiziata numero uno, dunque, è la temutissima “variante delta”: «Il virus è cambiato. Il delta è più forte, più aggressivo e molto più trasmissibile, con un R0 salito da 2,5 a 7-8 (ogni soggetto contagiato dal “delta” può trasmettere il virus anche a 8 persone, ndr)». La via d’uscita è una strada a senso unico, senza alternative: «Il vaccino, anche se non in grado di proteggere completamente contro la trasmissione, evita che la malattia diventi grave – continua Cassone –. È vero che i vaccinati possono essere infettati e possono anche trasmettere il virus, soprattutto ai non vaccinati che purtroppo sono ancora tanti, ma in proporzioni minori e soprattutto chi si è vaccinato corre molti meno rischi». Ma i vaccini possono indebolirsi con il passare del tempo: «Dopo sei o sette mesi sembra che si perda un po’ di immunità, soprattutto al contagio e soprattutto negli anziani: lo si vede bene osservando quello che accade in Israele, dove nonostante la percentuale altissima di vaccinati il virus è ancora un problema – spiega il professore –. Se questo aspetto viene sommato all’aggressività del “nuovo” virus, si capisce il perché di questi numeri». Demandare tutto ad una terza dose di vaccino, però, è un rischio: «In linea teorica potrebbe aiutare chi non ha risposto molto bene alle prime due dosi ma è davvero complicato fare previsioni perché la sperimentazione non esiste. Stiamo parlando di vaccini studiati e realizzati per essere somministrati in due dosi. Israele ha deciso di optare per la terza dose, senza attendere il termine della sperimentazione. Vedremo come andrà – aggiunge Cassone prima di spiegare il suo punto di vista –. Prima di iniziare con la terza dose è necessario decidere come farla, se utilizzare lo stesso vaccino o se attendere soluzioni vaccinali alternative efficaci anche contro la variante delta. Prima, però, dovremo avere risposte e l’osservazione di quanto accadrà in Israele sarà fondamentale». Se poi fosse anche possibile studiare l’evoluzione delle varianti, il quadro sarebbe molto più completo: «Ma purtroppo non possiamo predire cosa accadrà. Chiaramente è possibile che arrivino nuove varianti, anche più aggressive – dice il professore –. Con la delta credo che la trasmissibilità del virus sia arrivata al massimo, con R0 intorno vicino all’8, ma non possiamo escludere che ne arrivi una addirittura più aggressiva, ma magari meno trasmissibile e dunque più contenibile. Con la “spagnola” è accaduto più o meno così, con un virus più aggressivo arrivato nelle seconda fase del contagio». Dunque, cosa si può fare per dormire sonni (relativamente) tranquilli? «Vaccinarsi, senza esitazioni. Il siero aumenta la resistenza al virus senza alcun dubbio. E poi – conclude il professore – seguire le regole anti contagio, ad esempio indossando la mascherina anche se si è vaccinati e anche all’aperto, chiaramente non quando si è da soli in campagna ma quando lo suggeriscono le circostanze, come nei casi di assembramenti, e fare molta attenzione nei luoghi chiusi, dove è più facile che il virus si diffonda».
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