«Io e Giuni una sola anima: Alghero parla di mia madre»

Maria Antonietta Sisini, di Sorso, racconta 36 anni accanto all’artista siciliana  «Si sentiva sarda, adorava Sassari e la Gallura. Era geniale, non è stata capita»  

SASSARI. Estate 1984: le piazze l’acclamano e la tournée in tutta Italia concede poche pause. Lei salta da un aereo all’altro ma è soprattutto uno il volo che vuole prendere, e a forza di pensarci ecco che vengono fuori le parole. «Maria Antonietta, mi è venuta in mente questa frase “Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero”. Un po’ mi vergogno, perché tua mamma sta male e io vado a pensare una cosa così frivola». «No no, è proprio bella, scrivi se no magari ti dimentichi. E appena possibile ci lavoriamo». 31 agosto 1984: Antonietta, la madre di Maria Antonietta Sisini, morirà senza sapere di avere ispirato uno dei più grandi successi nella carriera di Giuni Russo, quella ragazza che appena 17enne aveva accolto a casa sua come una figlia. E che a lei, che considerava una seconda mamma, pensava con nostalgia e dolore dopo ogni concerto, perché non poteva starle accanto durante la malattia. «Eravamo una famiglia – dice Maria Antonietta Sisini, di Sorso – abbiamo vissuto una accanto all’altra per 36 anni. A Milano e tanto in Sardegna. Lei era siciliana ma si sentiva anche sarda: diceva che i posti, le persone, i profumi, le erano entrati dentro. E io, da quando Giuni non c’è più, continuo a promuovere la sua arte, la sua musica, il suo essere speciale, senza filtri: un’artista con la A maiuscola che ha cantato sui palchi più prestigiosi e si emozionava tra le bancarelle di frutta e verdura del Mercato civico di Sassari».

1968, Milano. È una domenica pomeriggio e Giuni Russo, all’anagrafe Giuseppa Romeo, 17 anni, va a ballare in un locale con alcuni amici. Sul palco Maria Antonietta Sisini, 18 anni, suona con la sua band di giovanissimi: qualcuno riconosce Giuni, che l’anno prima ha vinto Castrocaro interpretando “A chi” di Fausto Leali. La chiamano e lei canta un brano di Aretha Franklin: «Tutti si fermano ad ascoltare quella ragazzina dalla voce pazzesca», ricorda Maria Antonietta. Qualche giorno dopo Giuni, che vive da sola in un albergo a spese della sua casa discografica, perde il portafogli. «La incontro, è preoccupata. La invito a casa mia e le presento mia mamma, le racconto la nostra storia». Maria Antonietta è arrivata con la madre da Sorso qualche anno prima: «Il matrimonio dei miei genitori non funzionava più e lei fece una scelta coraggiosissima: parti da sola con me bambina per offrirmi qualche opportunità in più. Tre anni in collegio, poi nella nostra prima casa insieme, quando lei trovò un lavoro e poteva permettersi di pagare un affitto. Io volevo studiare al Conservatorio, invece lei mi fece iscrivere alle Magistrali: “Diventerai una professoressa di Lettere, altro che musica: scordatela, quello non è un lavoro ma è roba da pidocchiosi”. E io facevo finta di assecondarla ma intanto con la paghetta pagavo le lezioni di chitarra». In quella casa Giuni troverà calore e protezione, al punto che ci resterà per sempre. E riuscirà persino a fare cambiare idea a mamma Antonietta: lei odiava la musica a causa dell’amore finito male con il marito Francesco Sisini, chitarrista sempre in giro per la Sardegna, grazie a Giuni e alla figlia Maria Antonietta capirà che «la passione non la puoi fermare perché tanto vince lei».

Anni Settanta. Sono quelli della lunga gavetta, delle prime collaborazioni e dei primi singoli. «Sono anche gli anni in cui viene fuori la personalità di Giuni, poco incline ai compromessi, decisa a esprimere la sua arte. Diceva che un artista deve evolversi, perché l’arte è questo: non rimanere sempre uguali ma trasformarsi. È stato questo il mantra della sua vita, che gli è costato tante delusioni». Giuni è stata sul punto di capitolare e rinunciare ai suoi sogni, ma ogni volta c’era Maria Antonietta al suo fianco, a ricordarle che un’altra possibilità c’è sempre. Gli anni 70 sono anche quelli in cui Giuni Russo inizia a conoscere la Sardegna: «Non aveva neanche 20 anni quando è venuta per la prima volta, da quel momento era per noi un appuntamento fisso, d’estate e di inverno». In quel periodo la sua presenza passava ancora inosservata, poi con la popolarità cambiò tutto».

Anni 80. C’è un’altra persona che in quel periodo diventa fondamentale per Giuni e Maria Antonietta: è Franco Battiato. «C’è lui dietro i momenti più belli e anche più brutti, con quella mano tesa e lo sguardo gentile». È Battiato a firmare nel 1982 “Un’estate al mare”, la hit che porterà Giuni nell’olimpo della musica e le farà vincere dischi d’oro e un infinito elenco di premi. «Ma c’è sempre Franco quando io e Giuni iniziamo ad avere problemi con la CGD, la casa discografica di Caterina Caselli, che vuole inseguire il filone commerciale mentre Giuni vuole sperimentare, vuole evolversi appunto». Finisce malissimo, con Giuni Russo che si vede appicicare addosso l’etichetta di «artista ingestibile» e per questo le case discografiche le chiudono le porte in faccia. «Solo una piccola, la Bubble record, ci accoglie. Viene fuori un album bellissimo, registrato l’anno precedente e congelato, che comprende Alghero».

1986, Alghero. Si parte da quella strofa “Voglio andare ad Alghero in compagnia di uno straniero” per cucire addosso a Giuni quel capolavoro che è una dichiarazione d’amore alla Sardegna pur se nato in un momento tristissimo: «Sull’aereo per Alghero, quando veniva in Sardegna a trovare mia madre che stava morendo». È un successo che incoraggia Giuni a seguire la sua strada, a capire che è libera di cantare quello che vuole, perché «se non puoi fare musica leggera – le dico – allora puoi fare musica classica». Nasce così “A casa di Ida Rubinstein”, album prodotto da Franco Battiato: un lavoro dettato dalla passione per la lirica, incentrato sull'interpretazione di arie da camera.

Giuni e la Sardegna. Ci sono almeno quattro punti da segnare nella cartina del cuore di Giuni Russo: «Sorso, Sassari, Alghero e Portobello di Gallura. A Sorso comprammo la prima casa per mia madre, a Portobello un’altra sul mare, in un angolo incantato. Alghero era il luogo d’arrivo, delle passeggiate. E Sassari era una tappa obbligata. Appena mettevamo piede in Sardegna andavamo al mercato civico: lei inforcava gli occhiali e iniziava a girare tra i banchi di frutta e verdura per scegliere l’anguria più buona. E poi dal pescivendolo a chiedere “da dove arriva questo, come si cucina quest’altro”. E quando credeva di averla fatta franca, partiva il coro: “Voglio andare ad Algherooooo” e poi gli applausi. Lei si commuoveva, stava lì a dire grazie e a stringere mani, era felice.

1999, la malattia. È estate, Giuni scopre di avere il cancro ma la sua vita non si ferma. Continua a lavorare e a cantare, in tv racconta l’ostracismo subito da alcune case discografiche. «Ma continua a fare quello che si sente, coerente sino all’ultimo». Quando va a Sanremo nel 2003 a cantare “Morirò d’amore” «sente che le resta poco tempo. In quei giorni Caterina Caselli ci chiede scusa “non vi avevo capite” e Giuni apprezza. Ma poco dopo capirà che non era un pentimento vero. Pazienza, perché nel frattempo è impegnata a darmi le indicazioni per quanto resterò sola: fai questo, fai l’altro. Io le dico “stia zitta, non voglio sentire discorsi tristi”. Ma ogni singola sillaba e parola mi è rimasta dentro. E dal giorno in cui è andata via, la notte tra il 13 e il 14 settembre del 2004, le porto con me. Sono i ricordi incancellabili di una persona speciale, che ha sofferto molto e non ha avuto abbastanza. Io spero di darle quella gloria che merita».

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