Promosso l’80% dei corsi d’acqua sardi
di Antonello Palmas
Botti (Distretto idrografico): «La situazione migliora, ma le dighe alterano il regime naturale: sono una quarantina»
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SASSARI. Corsi d’acqua maltrattati, usati come discarica, deviati o incanalati a forza, nonostante siano alla base della nostra esistenza. Un problema sollevato dalla Giornata mondiale dei fiumi che si celebra oggi, ma senza grande eco mediatica, se si eccettua un’iniziativa del Wwf in collaborazione con Federcanoa e Spinning club incentrata sul problema degli sbarramenti. I fiumi d’Italia non sono in buona salute e necessitano di una diffusa azione di riqualificazione: e in Sardegna? Abbiamo fatto il punto con Paolo Botti, che per l’Agenzia regionale del distretto idrografico è direttore del servizio tutela e gestione delle risorse idriche.
La classifica. La “bibbia” sulla qualità dei fiumi è la direttiva europea sulle acque 2000/60 recepita dal codice dell’ambiente (decreto legge 252/2006): prevede che ogni 6 anni vada aggiornata la classificazione dei corsi idrici che devono raggiungere uno stato qualitativo di “buono”. «È lo strumento di pianificazione del distretto – spiega Botti –. Nella classificazione del 2015, quindi precedente a quella che si chiude entro il 2021, risulta che la Sardegna vanta il giudizio “buono” per l’80% dei corsi idrici superficiali, che sono 503 in tutto, con la media nazionale che si fermava al 64%; il 16% era “sufficiente”, solo il 6% era schedato con “cattivo” o “scarso”. Nella prossima graduatoria, frutto del monitoraggio di Arpas, emerge un leggero miglioramento non ancora quantificabile».
Migliora la depurazione. I motivi di questa situazione più felice rispetto al resto d’Italia? «Sicuramente influisce la depurazione dei reflui urbani, nella quale siamo tra le aree messe meglio – dice Botti – come anche le procedure d’infrazione testimoniano: per ora non abbiamo procedure di infrazione o situazioni commissariate, ma solo 7-8 che contiamo di recuperare, tra i quali gli impiantini di depurazione sulla costa di Quartu e il caso di Castelsardo. Tutti interventi finanziati la cui procedura va accelerati». La demografia e l’economia dell’isola hanno un peso: «Ovviamente si consideri che parliamo di una regione di 24mila kmq nel quale vivono solo 1,6 milioni di persone, quindi la pressione antropica e delle attività produttive non è certo paragonabile a quella di altre aree».
Corsi sbarrati. La direttiva europea è giustamente ambiziosa ma si scontra con la realtà locale: «Occorre coniugare le volontà ambientaliste con le necessità di approvvigionamento idrico di una terra come la Sardegna che ha dovuto sbarrare i propri fiumi con una quarantina di invasi artificiali. Una situazione peculiare, la nostra – dice Botti –: ogni 100 litri potabili erogati alle utenze, 75 arrivano dalle dighe. Nel distretto del Po ad esempio, sono 3, nel distretto della Alpi orientali addirittura 1. Insomma noi dobbiamo stressare molto i nostri corsi d’acqua, la presenza delle dighe interrompe la continuità idraulica, alterando il regime naturale del deflusso dei corsi d’acqua, anche perché le nostre dighe sono a regolazione pluriennale, cioè impostate per immagazzinare pure per le eventuali stagioni siccitose (ad esempio il sistema come quello del Flumendosa ha un periodo d i di regolazione dell’ordine di 5-6 anni. La direttiva Ue prevede comunque deroghe nel caso che lo stato di qualità non buono sia dovuto a necessità come l’alimentazione idropotabile.
I rischi. Il problema non è solo legato all’inquinamento (come segnalato in alcune foci dei fiumi dai prelievi di Goletta verde), ma anche quello dei rischio idraulico e idrogeologico: «Il primo riguarda alcuni grossi corsi d’acqua, come Temo, Coghinas e Cedrino, dove sono in corso lavori di mitigazione, mentre sul Posada si sono conclusi. Per il rischio idrogeologico la questione tocca in prevalenza piccoli corsi (vedi i disastri che hanno interessato Bitti o Olbia), col problema ad esempio dei canali tombati». Ma in questi casi le soluzioni vanno trovate con piani e investimenti adeguati sulle infrastrutture. In sostanza, secondo Botti, lo stato di salute dei fiumi sardi non è così drammatico: «Ci sono alcuni casi in cui difficilmente riusciremo a raggiungere il livello “buono”, come il Rio Mannu a Porto Torres, sicuramente critico, così come il Cixerri, ma non è messa peggio del resto d’Italia. Se si considera l’enorme pressione di tipo quantitativo dovuta alle tante dighe, non siamo certo agli ultimi posti».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
La classifica. La “bibbia” sulla qualità dei fiumi è la direttiva europea sulle acque 2000/60 recepita dal codice dell’ambiente (decreto legge 252/2006): prevede che ogni 6 anni vada aggiornata la classificazione dei corsi idrici che devono raggiungere uno stato qualitativo di “buono”. «È lo strumento di pianificazione del distretto – spiega Botti –. Nella classificazione del 2015, quindi precedente a quella che si chiude entro il 2021, risulta che la Sardegna vanta il giudizio “buono” per l’80% dei corsi idrici superficiali, che sono 503 in tutto, con la media nazionale che si fermava al 64%; il 16% era “sufficiente”, solo il 6% era schedato con “cattivo” o “scarso”. Nella prossima graduatoria, frutto del monitoraggio di Arpas, emerge un leggero miglioramento non ancora quantificabile».
Migliora la depurazione. I motivi di questa situazione più felice rispetto al resto d’Italia? «Sicuramente influisce la depurazione dei reflui urbani, nella quale siamo tra le aree messe meglio – dice Botti – come anche le procedure d’infrazione testimoniano: per ora non abbiamo procedure di infrazione o situazioni commissariate, ma solo 7-8 che contiamo di recuperare, tra i quali gli impiantini di depurazione sulla costa di Quartu e il caso di Castelsardo. Tutti interventi finanziati la cui procedura va accelerati». La demografia e l’economia dell’isola hanno un peso: «Ovviamente si consideri che parliamo di una regione di 24mila kmq nel quale vivono solo 1,6 milioni di persone, quindi la pressione antropica e delle attività produttive non è certo paragonabile a quella di altre aree».
Corsi sbarrati. La direttiva europea è giustamente ambiziosa ma si scontra con la realtà locale: «Occorre coniugare le volontà ambientaliste con le necessità di approvvigionamento idrico di una terra come la Sardegna che ha dovuto sbarrare i propri fiumi con una quarantina di invasi artificiali. Una situazione peculiare, la nostra – dice Botti –: ogni 100 litri potabili erogati alle utenze, 75 arrivano dalle dighe. Nel distretto del Po ad esempio, sono 3, nel distretto della Alpi orientali addirittura 1. Insomma noi dobbiamo stressare molto i nostri corsi d’acqua, la presenza delle dighe interrompe la continuità idraulica, alterando il regime naturale del deflusso dei corsi d’acqua, anche perché le nostre dighe sono a regolazione pluriennale, cioè impostate per immagazzinare pure per le eventuali stagioni siccitose (ad esempio il sistema come quello del Flumendosa ha un periodo d i di regolazione dell’ordine di 5-6 anni. La direttiva Ue prevede comunque deroghe nel caso che lo stato di qualità non buono sia dovuto a necessità come l’alimentazione idropotabile.
I rischi. Il problema non è solo legato all’inquinamento (come segnalato in alcune foci dei fiumi dai prelievi di Goletta verde), ma anche quello dei rischio idraulico e idrogeologico: «Il primo riguarda alcuni grossi corsi d’acqua, come Temo, Coghinas e Cedrino, dove sono in corso lavori di mitigazione, mentre sul Posada si sono conclusi. Per il rischio idrogeologico la questione tocca in prevalenza piccoli corsi (vedi i disastri che hanno interessato Bitti o Olbia), col problema ad esempio dei canali tombati». Ma in questi casi le soluzioni vanno trovate con piani e investimenti adeguati sulle infrastrutture. In sostanza, secondo Botti, lo stato di salute dei fiumi sardi non è così drammatico: «Ci sono alcuni casi in cui difficilmente riusciremo a raggiungere il livello “buono”, come il Rio Mannu a Porto Torres, sicuramente critico, così come il Cixerri, ma non è messa peggio del resto d’Italia. Se si considera l’enorme pressione di tipo quantitativo dovuta alle tante dighe, non siamo certo agli ultimi posti».
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