Processo al cardinale Becciu: l’inchiesta riparte da zero

La Procura chiede la restituzione degli atti al Promotore della giustizia vaticana «È un nostro dovere fugare tutti i sospetti sulla correttezza di questo ufficio»

CITTÀ DEL VATICANO. Come nel gioco dell’oca il “caso Becciu” ritorna nella casella iniziale. È stata la stessa Procura vaticana a chiedere la restituzione degli atti del processo all'ufficio del promotore di giustizia per procedere a quanto sollecitato dalle difese degli imputati: l'interrogatorio preliminare di diversi accusati non sentiti durante l'istruttoria. Il pm aggiunto Alessandri Diddi ha ammesso che la richiesta «potrà sorprendere» ma ha spiegato per l'accusa il processo va azzerato per consentire un effettivo rispetto dei diritti di difesa e fugare ogni ombra di accanimento giudiziario. Il Tribunale si pronuncerà questa mattina ma la decisione sembra scontata.

Il processo originato dall'acquisto da parte della Santa Sede del palazzo di Sloane Avenue a Londra, ed estesosi anche ad altre vicende, rischia quindi di fermarsi ancora prima di cominciare. Ieri nel suo intervento a inizio udienza - durata due ore e 10 minuti, presenti in aula il cardinale Angelo Becciu e monsignor Mauro Carlino - Diddi ha ammesso che «è un dovere venire incontro alle esigenze difensive sul corretto interrogatorio dell'imputato davanti a questo ufficio. Noi interpretiamo le norme del Codice di procedura penale non come un modo di imbrigliare le prerogative della difesa, ma anzi come un momento di tutela di tali diritti, e vogliamo dare testimonianza che non c’è intenzione di calpestarli. E la possibilità, ora, di rendere un interrogatorio conoscendo gli atti delle indagini è un aspetto che non si deve negare agli imputati».

Il pg aggiunto ha detto che «sono stati rivolti attacchi molto violenti a questo ufficio e a questo Tribunale. Secondo alcuni esiste una sentenza di condanna già scritta. Esprimiamo anche nei confronti del Tribunale il nostro disagio: si tratta di forzature per condizionare la terzietà dei giudici». Alla richiesta di rinvio all'accusa degli atti del processo si sono associate le parti civili - Segreteria di Stato, Apsa e Ior -, rimettendosi comunque alla decisione del Tribunale. La richiesta è stata invece definita «irricevibile» dalle difese degli imputati, che hanno insistito a vario titolo sulle loro istanze di nullità del decreto di citazione a giudizio (un altro modo di azzerare il procedimento), contestando sia il mancato interrogatorio degli imputati, sia la “denegata giustizia” per l'impossibilità di esercitare i propri diritti, sia, soprattutto, il mancato deposito degli atti, in particolare le registrazioni audio e video dell'interrogatorio del testimone-chiave mons. Alberto Perlasca, ancora oggi mancanti e non disponibili alla difesa, nonostante l'ordinanza sul loro deposito emanata dal Tribunale nella precedente udienza del 27 luglio scorso.

Nella sua replica, Diddi ha detto che la volontà dell'accusa non era di non dare i video, ma «abbiamo chiesto se era possibile regolamentarne la diffusione». Lo stesso per l'ingente materiale informatico: «abbiamo solo chiesto il rinvio del deposito perché non è facile gestirlo, ci sono oltre 300 dvd, e dobbiamo sapere se è necessario consegnare le copie di tutto». Comunque, ha aggiunto rivolto agli avvocati «nessuno vuole privarvi di nulla». Il presidente Pignatone ha rinviato l'udienza a questa mattina alle 9.30 per la lettura dell'ordinanza con cui il Tribunale «scioglierà la maxi-riserva» su tutte le eccezioni, istanze e richieste delle parti.

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