«Non ho accettato quel fallimento»
di Andrea Massidda
Il racconto inedito durante l’ultima visita nell’isola, a 30 anni dal dramma
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SASSARI. Tutti lo ricordano come quel sardo coraggioso e con il fisico da contorsionista che nel giugno del 1981 si calò a testa in giù nelle viscere della terra per cercare di afferrare il polso filiforme di Alfredino Rampi, estremo e purtroppo vano tentativo di tirare il piccolo fuori dall’incubo. Ma quando Angelo Licheri, esattamente dieci anni fa, aveva deciso di tornare in vacanza nella sua Sardegna, era già costretto a spostarsi su una carrozzina, con una gamba amputata a causa del diabete. L’uomo che per una notte aveva tenuto venticinque milioni di italiani con il fiato sospeso davanti alla tivù, si era trasformato in un eroe sfortunato, malato, con una pensione di appena settecento euro al mese e con ancora nella mente le cicatrici di quell’impresa disperata culminata in tragedia.
Licheri non parlava volentieri di quel giorno maledetto, e se proprio doveva farlo non entrava nei particolari. Troppo dolore. Ma atterrato nella sua isola dopo trent’anni di assenza scelse di sfogliare con il cronista della Nuova Sardegna quelle pagine entrate in qualche modo nella storia d’Italia (di fatto è ancora la più lunga diretta televisiva della Rai, che trasmise le immagini a reti unificate indugiando sul presidente della Repubblica Sandro Pertini). «Fui io a propormi di scendere nel pozzo – rivelò per la primissima volta Angelo in quella occasione –. All’inizio nessuno mi diede retta, anzi mi dissero di farmi da parte. Poi finalmente riuscii a trovare ascolto e credito».
Giunto a sessanta metri sotto terra Licheri arrivò persino a stringere il braccio esile di Alfredino. I due si parlarono: «Cercavo in tutti i modi di rassicurarlo – è il continuo del racconto fatto all’aeroporto di Fertilia – così gli promisi di portarlo a pescare e di regalargli una grandissima bicicletta». Ma all’improvviso, come in un film drammatico, il polso del bambino si spezzò e la presa inevitabilmente cedette. La fine di ogni speranza: il piccolo morì alle 6.30 del 13 giugno. «Non è stato facile accettare la sconfitta e neanche gli interrogatori delle forze dell’ordine, ma io ce l’ho messa tutta», ammise Licheri prima di rievocare le strazianti parole che Franca – la mamma di Alfredino – gli rivolse in preda all’ansia appena lo vide risalire dal pozzo artesiano. «Mi disse: “La prego, mi dica che è riuscito a salvarlo”. E io, glaciale: “Signora, non so quanto tempo ancora potrà sopravvivere”».
Licheri non parlava volentieri di quel giorno maledetto, e se proprio doveva farlo non entrava nei particolari. Troppo dolore. Ma atterrato nella sua isola dopo trent’anni di assenza scelse di sfogliare con il cronista della Nuova Sardegna quelle pagine entrate in qualche modo nella storia d’Italia (di fatto è ancora la più lunga diretta televisiva della Rai, che trasmise le immagini a reti unificate indugiando sul presidente della Repubblica Sandro Pertini). «Fui io a propormi di scendere nel pozzo – rivelò per la primissima volta Angelo in quella occasione –. All’inizio nessuno mi diede retta, anzi mi dissero di farmi da parte. Poi finalmente riuscii a trovare ascolto e credito».
Giunto a sessanta metri sotto terra Licheri arrivò persino a stringere il braccio esile di Alfredino. I due si parlarono: «Cercavo in tutti i modi di rassicurarlo – è il continuo del racconto fatto all’aeroporto di Fertilia – così gli promisi di portarlo a pescare e di regalargli una grandissima bicicletta». Ma all’improvviso, come in un film drammatico, il polso del bambino si spezzò e la presa inevitabilmente cedette. La fine di ogni speranza: il piccolo morì alle 6.30 del 13 giugno. «Non è stato facile accettare la sconfitta e neanche gli interrogatori delle forze dell’ordine, ma io ce l’ho messa tutta», ammise Licheri prima di rievocare le strazianti parole che Franca – la mamma di Alfredino – gli rivolse in preda all’ansia appena lo vide risalire dal pozzo artesiano. «Mi disse: “La prego, mi dica che è riuscito a salvarlo”. E io, glaciale: “Signora, non so quanto tempo ancora potrà sopravvivere”».
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