L’illegalità nasce quando si cerca di saltare la fila
di Andrea Ruzzeddu *
«Saltare la fila: cos'è in fondo? Niente. è solo un’azione sinonimo di maleducazione. Ma è un reato? No. Eppure è da queste piccole cose che ci si addentra nell’illegalità». Questo è ciò che ha detto...
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«Saltare la fila: cos'è in fondo? Niente. è solo un’azione sinonimo di maleducazione. Ma è un reato? No. Eppure è da queste piccole cose che ci si addentra nell’illegalità». Questo è ciò che ha detto il direttore della Nuova Sardegna Antonio Di Rosa durante l’incontro sulla legalità nella sede del nostro giornale locale il 18 ottobre. Una giornata, l’ennesima, durante la quale si ricorda qualcosa. E succede lo stesso il 27 gennaio, il 25 aprile, il 25 novembre e in tanti altri giorni dell’anno qui in Italia. C’è chi dice che queste giornate non hanno senso, che sono una perdita di tempo. Ma come ha detto sempre il direttore: «L’Italia ha una specie di malattia: non ricorda». Forse noi vogliamo veramente questo morbo e non vogliamo curarci: quotidianamente avvengono degli scandali che sono già accaduti nella storia, che abbiamo risolto ma dai quali evidentemente non abbiamo tratto alcun insegnamento, altrimenti non ci sarebbero più i femminicidi, non ci sarebbero più le frodi e non ci sarebbe più la corruzione. Eppure tutto ciò ancora avviene persino nei piani più alti del nostro Governo i cui membri dovrebbero trovarsi in quel posto di lavoro perché più sapienti, incorruttibili e onesti di altri, e invece, come ci insegna la storia, spesso non lo sono. «La storia va studiata per non sbagliare». Così ci dicono a scuola, quel posto perfetto in cui tutto sembra avere un senso, in cui tutto sembra che funzioni e dove le parole dei professori non sembrano vane. Poi però ci si affaccia sul mondo e si nota che esistono ancora i ladri, gli assassini, i mafiosi e gli imbroglioni. E allora cos’è che non funziona? In realtà funziona tutto perfettamente, è la coscienza delle persone che ogni tanto fa cilecca. «La legalità è un qualcosa che non si può insegnare a scuola», ma in realtà non la si può trasmettere da nessuna parte. Siamo noi che dobbiamo capire da soli cosa è giusto e cosa non lo è. Non c’è di certo bisogno di un manuale, c’è solo una regola fondamentale da seguire: rispettare la libertà di chi ci sta accanto. Quando la libertà individuale viene lesa, sicuramente è stato commesso qualcosa di illecito. Ma d’altronde l’italiano medio non pensa a ciò. Lui pensa solo al proprio orto: “Cosa mi importa degli altri? Io ho tratto guadagno da quell’uomo perché l’ho imbrogliato, perché sono stato più furbo di lui, quindi peggio per lui”. D’altra parte “l’atto è emozione, il resto è memoria” (quando non si dimentica, e se non si dimentica, si fa finta di non ricordare). Questo non deve succedere: se ognuno pensa a se stesso, tanto vale ristabilire il rapporto preda-predatore come in natura. E così a che serve lo Stato? Lo Stato serve quando non si sa più come trovare rimedio ai propri danni. Però prima non serviva, anzi era quasi un bastone tra le ruote. Questo meccanismo non deve persistere. Bisogna essere uniti per dare una direzione a questo Stato. Se non raggiungiamo una vera unità, è chiaro che ognuno pensa a se stesso e conseguentemente aumentano i reati e le vie traverse per raggiungere più facilmente ciò che si vuole, che si formano duecento partiti politici (compresi quelli marci, sulla falsariga dei principi fascisti) e che ognuno voglia governare a modo suo. Bisogna essere compatti, orientarsi al progresso tutti insieme, non lasciare nessuno indietro e solo in questo modo l’illegalità non esisterà più perché tutti otterranno quello che richiedono facilmente e senza ricorrere a metodi “poco convenzionali”.
* Liceo Europeo Canopoleno, Sassari
* Liceo Europeo Canopoleno, Sassari
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