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«C’è voglia di stabilità e di stare con la famiglia»

«C’è voglia di stabilità e di stare con la famiglia»

Ardau, UilTucs: «Il Covid ha reso il comparto ancora più precario, necessario offrire garanzie»

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SASSARI. Domanda e offerta non si incontrano più: il mismatching è diventato evidente e richiede un ragionamento approfondito su un settore un tempo appetibile e ora guardato con diffidenza. Cristiano Ardau, segretario regionale Uil Tucs, sindacato dei lavoratori del terziario, turismo, commercio e servizi, dice che la questione è complessa e la fuga di cuochi e camerieri ha varie motivazioni. Con la pandemia che ha inciso moltissimo, modificando radicalmente le scelte e le aspettative di vita dei lavoratori. «Gli ultimi due anni segnati dal Covid hanno fatto emergere la precarietà del comparto: i ristoranti hanno tenuto a lungo le serrande abbassate, le attività aprono e chiudono. E la stagione è diventata sempre più corta: se prima le assunzioni partivano prima di Pasqua e venivano fatti contratti di 6 mesi, ora nella maggior parte dei casi vengono proposti mini contratti da rinnovare di mese in mese. E ricevere la disoccupazione per i periodi in cui si sta fermi diventa un miraggio. La ristorazione non è più un paracadute per chi non aveva un impiego fisso perché le condizioni sono mutate anche per quanto riguarda i carichi di lavoro – aggiunge Ardau – : il periodo tempestoso vissuto dal comparto ha portato da una parte a una riduzione degli organici, dall’altra a una ridistribuzione del carico non sempre equa. Troppe ore, più di quelle previste dal contratto, a volte confusione tra le mansioni e retribuzioni non adeguate. Per questo dico che il reddito di cittadinanza c’entra solo in parte: il vero problema è che il comparto non è in grado di dare garanzie né dal punto professionale, perché sono pochissime le assunzioni a tempo indeterminato, né economico». Non solo: «La riscoperta della famiglia e del tempo libero ha generato un forte fastidio nei confronti di quelle attività che ti impegnano sino a tarda ora o nei festivi, quando gli altri non lavorano. Ecco allora che molti preferiscono un altro genere di impiego, accontentandosi di stipendi più bassi ma fissi, con la certezza delle ore lavorate, perché sai in partenza quando entri e quando esci». Che fare allora? «Occorre rendere il comparto di nuovo attrattivo – spiega Cristiano Ardau – puntando molto sulla formazione. La preparazione è importante e richiede tempo, tra scuola alberghiera e master di specializzazione. Questo investimento deve essere riconosciuto con compensi adeguati, chiare regole d’ingaggio e valorizzazione delle professionalità. Bisogna cambiare registro se si vuole che domanda e offerta ricomincino a incontrarsi per il bene di un settore in cui vince la qualità ed è vietato improvvisare». (si. sa.)



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