La storia di Gavino, cameriere tuttofare in ristorante: 17 ore al giorno per 1100 euro al mese
La Cgil: basta sfruttamento
SASSARI. «Tanta amarezza, perché di questi luoghi comuni non ne posso più. A forza di ripeterli ogni anno finisce che qualcuno ci crede. E poi basta generalizzare». Maria Teresa Sassu, segretaria generale della Filcams-Cgil di Sassari ha la scrivania piena di cartelle. Ognuna con un nome. Storie di uomini e donne che combattono, non sono fannulloni, gente da divano attaccata al reddito di cittadinanza. Lavorano e hanno lavorato fino a 17 ore al giorno, con promesse di stipendi adeguati e si sono trovati in busta paga miserie.
«Ogni fine stagione è così: il nostro ufficio vertenze legali è invaso di lavoratori stagionali stanchi e incazzati – racconta Maria Teresa Sassu – persone prese in giro, stipendi da fame e orari di lavoro massacranti, condizioni di vita al di là di ogni dignità umana. E i grandi nomi, quei locali dove ti svuotano il portafoglio per mangiare due assaggini e andartene ancora con più fame di prima, beh quelli sono i peggiori datori di lavoro».
Tira fuori una delle cartelle, e la apre, la segretaria generale della Filcams. É una delle ultime arrivate. La storia di Gavino (lasciamo perdere il cognome, ha una figlia piccola e le famiglie si tutelano anche così).
«Bene, cominciamo. La sveglia di Gavino suona alle 5 del mattino. Esce alle 6 di casa, alle 6.45 è sul posto di lavoro, puntuale. Indossa la divisa e alle 7 è in cucina. Aiuta l’addetto alle colazioni, inforna i croissant, sistema i salumi e i formaggi nei vassoi. Poi lava pentole. Finito questo passaggio raggiunge il magazzino e incontra Simone: scaricano la merce dal furgone e la sistemano. Alle 12,30 operazioni concluse, si va a pranzo. Alle 13,30 si riprende: lavaggio di pentole e tegami, fornelli e piani di lavoro, si svuota la lavastoviglie. Alle 15 Gavino ha finito il turno, sono trascorse 8 ore. Lui per contratto ne deve fare 5, ma un po’ di straordinario serve, ha contratto di un mese e ci tiene che venga rinnovato. Sua moglie lavorava da una parrucchiera e con il Covid ha perso il posto». Alle 17, Gavino ricomincia: una mano in cucina, c’è da preparare la linea delle insalate e contorni per cena, e aiutare la pasticcera. Poi lavare tutto (anche cappe e forni), si caricano le lavatrici. Gavino chiama a casa, avvisa che non rientra: inutile fare il viaggio, consumare benzina per stare in famiglia neanche mezz’ora. Ore 16,50: ricomincia puntuale, fa ciò che gli viene chiesto e tutti sono contenti: «Bravo sei proprio bravo, sei quello che cercavamo». Così gli dice la moglie del titolare che chiede anche di lavare l’auto sporcata dai piccioni. La lunga giornata tira fino all’1,45. Tutti bravi, applauso e pacche sulle spalle. Alle 2,15 gli ultimi adempimenti sono conclusi e Gavino si mette in viaggio, guida e arriva a casa alle 3. Dormono tutti. Fa la doccia e si mette sul divano, perché tra un’ora suona la sveglia. Così ogni giorno, tutta la settimana, salta il giorno di riposo perché c’è il matrimonio di una coppia inglese e la squadra deve essere al completo. Tiene duro Gavino, ha perso 6 chili e dopo un mese ecco l’attesa busta paga. La apre e va al rettangolino in basso: 1.100 euro. «Ecco cosa succede: Gavino ha lavorato 17 ore al giorno per 27 giorni, 459 ore al mese, retribuito 2,40 euro l’ora. Il suo lavoro vale meno di 3 euro l’ora, ma questo non scandalizza nessuno», denuncia Maria Teresa Sassu.
Prova a protestare, dice timidamente che “forse c’è un errore”. E gli dicono che “bisogna darci tutti una mano, soffrire un pochino per uscirne tutti insieme”. Comunque il contratto è rinnovato, altri 30 giorni. Stessi ritmi, 15-17 ore al giorno, la busta paga è corretta: “in fondo sei generico”. Manca personale, “ma è inutile assumere ora, chissà quale fannullone ci capita”. C’è un altro pezzo della storia, ancora più triste: in fondo Gavino avrà tempo per stare in famiglia da ottobre e per tutto l’inverno. «Ho tirato un sospiro di sollievo – dice Maria Teresa Sassu – dopo avere raccolto la storia di Gavino. Una storia simbolo, uguale a tante altre. Uomini e donne con la voglia di riappropriarsi della loro vita dopo il lockdown, fiduciosi in una stagione che promette numeri buoni. Da record, dicono. C’è un turismo fiorente in Sardegna, quello della gente stanca di stare chiusa in casa. C’è voglia di festa, dovrebbe funzionare». E invece? «Più di qualcosa non funziona: nel mondo degli alberghi come in quello della ristorazione pretendono professionismo dai dipendenti che però vengono retribuiti come studenti che fanno la stagione per racimolare qualche soldo. Il servizio di un professionista vale, ma non è riconosciuto». La storia di Gavino è quella di tanti lavoratori stagionali, sfruttati, umiliati e sottopagati, obbligati a orari di lavoro logoranti e mansioni faticose con stipendi da part time. «È la storia di uomini e donne che si rivolgono alla Filcams Cgil a fine stagione per le verifiche sulle buste paga, lavoratori che hanno tutto compreso nello stipendio mensile (Tfr, tredicesima e quattordicesima, ferie e permessi), per i quali si fa gran fatica a ricostruire il dettaglio dell’orario di lavoro, quasi sempre mai registrato e certificato. Non esiste timbratura, niente fogli firma e laddove esistono non sono vidimati dal datore di lavoro e quindi non validi».
Le numerose vertenze e denunce portate avanti non danno i risultati sperati, “ci si mette d’accordo tra le parti “, si riconosce al lavoratore un risarcimento economico a fronte del non procedere in giudizio (opzione che si sceglie in funzione delle poche certificazioni in possesso), una somma complessiva che non è mai la retribuzione e contribuzione corretta a cui il dipendente avrebbe avuto diritto. Quindi il lavoratore ci rimette sempre e il datore di lavoro, «con pochi spiccioli si pulisce la coscienza e il nome».
Ma il lavoratore è prima di tutto un uomo o una donna con la propria dignità e come tale va rispettato. «Il contratto deve essere regolare e contenere il corretto livello di inquadramento per la mansione che si svolge, il giusto orario di lavoro. E deve rispettare le norme della salute e sicurezza sul lavoro, il giorno di riposo e le 11 ore di riposo tra il fine turno e l’inizio del successivo, gli alloggi devono essere dignitosi e vivibili e non sgabuzzini nel sottoscala senza finestre con i materassini gonfiabili a terra. Il contratto di lavoro è un atto di fiducia regolato dalle norme che vengono sottoscritte da due parti, ed entrambe le parti devono rispettarle».
Un passaggio per niente banale e scontato. Perché se così fosse, «avremmo meno camerieri in fuga verso l’Europa (a fare ugualmente i camerieri e non il centralinista in ufficio dal lunedì al venerdì) e più datori di lavoro che non faranno fatica a trovare personale, perché assumeranno camerieri e non schiavi o ragazzi alla pari...». Insomma, la storia dei giovani fannulloni interessati al reddito di cittadinanza ci sarà pure, ma non si può generalizzare. «Esisteranno sicuramente questo genere di persone – conclude Sassu – ma vi garantisco che ce ne sono tantissime che hanno dignità e voglia di lavorare. Ma hanno anche un cervello per pensare, capire e scegliere che nel 2021 non si può essere sfruttati con 12 ore (e più) di duro lavoro per 700 euro al mese».
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