«Mia madre con sintomi già durante il viaggio»
di Luigi Soriga
Una partecipante al pellegrinaggio: ci dissero che i test sarebbero stati negativi
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SASSARI. «Faccio una piccola premessa: se non mi sono beccata il covid a Medjugorje è solo perché ero lì per accompagnare mia madre. Non sono così religiosa come gli altri pellegrini, e non ho corso gli stessi rischi. Ma questo viaggio era da matti. Ho visto cose da far venire i capelli dritti, ho visto un prete che dava l’ostia in bocca a quasi duecento persone. Come puoi pretendere di non infettarti?». E infatti solo ieri altri 29 pellegrini sono risultati positivi al covid e 7 sono già ricoverati da giorni nel reparto di Malattie infettive di Sassari. Di questi alcuni respirano grazie al casco cpap, e tra di loro c’è anche un medico no vax. Un parente di un viaggiatore, contagiato al rientro, è intubato in rianimazione. E poi quasi 200 persone in isolamento domiciliare, un cluster pesantissimo.
«Io sono l’unica che ha protestato con l’organizzatrice, ero la sola che si rendeva conto dei pericoli che stavamo correndo. La fede forse ti fa perdere anche lucidità, in questi tour della speranza c’è tanta gente disperata che di certo non pensa al Covid. Ma chi mette in piedi un tour come questo, a certe cose dovrebbe pensarci». Anche M.M., della comitiva di Arzachena, è in isolamento domiciliare. Per fortuna il tampone è negativo, ma la madre, a distanza di dieci giorni, ha ancora i sintomi del virus. «La febbre e la tosse li ha accusati anche a Medjugorje. E non era la sola che stava male. Vista la situazione ero straconvinta che avesse preso il covid. Sono veramente arrabbiata, e spero che venga fatta giustizia per ciò che è accaduto: abbiamo scoperto, quando eravamo già nel mezzo, di essere finiti in zona rossa, e che la Bosnia era una destinazione da kamikaze. In più noi eravamo nell’epicentro dell’uragano, cioè nel luogo dove confluiscono migliaia di pellegrini. E poi la cosa più grave, sulla quale mi aspetto venga fatta chiarezza: il 27 ottobre, un giorno prima della partenza, ci dicono che, trovandoci in zona rossa, per il rientro è obbligatorio il tampone, altrimenti non ci imbarcano. E tra i discorsi mi sento dire: state tranquilli, che intanto i test saranno tutti negativi. Attenzione: sono affermazioni che non ho sentito solo io, delle quali però solo io ho chiesto conto. Della serie: nessuno deve restare in Bosnia, quell’aereo devono prenderlo dal primo all’ultimo viaggiatore».
«Ma io non volevo rassicurazioni, io volevo solo un tampone che mi dicesse le reali condizioni di salute di mia madre, che stava male, e magari degli altri della comitiva che già avevano i primi colpi di tosse. Volevo sapere se avevamo il covid, perché non mi andava di arrivare in aeroporto e contagiare quelli che mi vengono a prendere». E invece, come da copione, 180 su 180 risultano sani come pesci, con esiti tutti negativi. «Una cosa stranissima, che mi dà molto da pensare. E le domande che mi faccio sono queste: chi è questa società privata che ha eseguito lo screening? Perché era già dato per scontato che i test sarebbero stati negativi, come se si trattasse di una semplice formalità, di 10 euro versati a titolo di pedaggio?». Non appena M.M. e la mamma mettono piede ad Arzachena, vanno in una farmacia e acquistano un test per il covid. «Io negativa, ma mia madre, e ci avrei messo la mano sul fuoco, positiva. La prima cosa che faccio, allora, è chiamare la titolare dell’agenzia di viaggio. Le dico: avvisa immediatamente tutti i membri della comitiva che c’è un caso di positività. Qui rischiamo di innescare un focolaio. Nessuno ci aveva avvertito di stare in quarantena preventiva al ritorno. Quindi telefono a tutti i compagni di viaggio dei quali ho il contatto. L’altra cosa assurda è che, a distanza di ore, nessuno di loro era stato messo al corrente del rischio contagio. E questo è gravissimo: perché ciò che fa qualunque pellegrino è di riempirsi la valigia di souvenir di ogni genere, dal santino all’acqua santa, e poi distribuirli a tutta la parentela». Dallo spargere la benedizione, allo spargere il Covid, diventa un attimo. E infatti il pellegrinaggio ha uno scontrino salatissimo in termini di contagi. E la sensazione è che saranno destinati ad aumentare.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Io sono l’unica che ha protestato con l’organizzatrice, ero la sola che si rendeva conto dei pericoli che stavamo correndo. La fede forse ti fa perdere anche lucidità, in questi tour della speranza c’è tanta gente disperata che di certo non pensa al Covid. Ma chi mette in piedi un tour come questo, a certe cose dovrebbe pensarci». Anche M.M., della comitiva di Arzachena, è in isolamento domiciliare. Per fortuna il tampone è negativo, ma la madre, a distanza di dieci giorni, ha ancora i sintomi del virus. «La febbre e la tosse li ha accusati anche a Medjugorje. E non era la sola che stava male. Vista la situazione ero straconvinta che avesse preso il covid. Sono veramente arrabbiata, e spero che venga fatta giustizia per ciò che è accaduto: abbiamo scoperto, quando eravamo già nel mezzo, di essere finiti in zona rossa, e che la Bosnia era una destinazione da kamikaze. In più noi eravamo nell’epicentro dell’uragano, cioè nel luogo dove confluiscono migliaia di pellegrini. E poi la cosa più grave, sulla quale mi aspetto venga fatta chiarezza: il 27 ottobre, un giorno prima della partenza, ci dicono che, trovandoci in zona rossa, per il rientro è obbligatorio il tampone, altrimenti non ci imbarcano. E tra i discorsi mi sento dire: state tranquilli, che intanto i test saranno tutti negativi. Attenzione: sono affermazioni che non ho sentito solo io, delle quali però solo io ho chiesto conto. Della serie: nessuno deve restare in Bosnia, quell’aereo devono prenderlo dal primo all’ultimo viaggiatore».
«Ma io non volevo rassicurazioni, io volevo solo un tampone che mi dicesse le reali condizioni di salute di mia madre, che stava male, e magari degli altri della comitiva che già avevano i primi colpi di tosse. Volevo sapere se avevamo il covid, perché non mi andava di arrivare in aeroporto e contagiare quelli che mi vengono a prendere». E invece, come da copione, 180 su 180 risultano sani come pesci, con esiti tutti negativi. «Una cosa stranissima, che mi dà molto da pensare. E le domande che mi faccio sono queste: chi è questa società privata che ha eseguito lo screening? Perché era già dato per scontato che i test sarebbero stati negativi, come se si trattasse di una semplice formalità, di 10 euro versati a titolo di pedaggio?». Non appena M.M. e la mamma mettono piede ad Arzachena, vanno in una farmacia e acquistano un test per il covid. «Io negativa, ma mia madre, e ci avrei messo la mano sul fuoco, positiva. La prima cosa che faccio, allora, è chiamare la titolare dell’agenzia di viaggio. Le dico: avvisa immediatamente tutti i membri della comitiva che c’è un caso di positività. Qui rischiamo di innescare un focolaio. Nessuno ci aveva avvertito di stare in quarantena preventiva al ritorno. Quindi telefono a tutti i compagni di viaggio dei quali ho il contatto. L’altra cosa assurda è che, a distanza di ore, nessuno di loro era stato messo al corrente del rischio contagio. E questo è gravissimo: perché ciò che fa qualunque pellegrino è di riempirsi la valigia di souvenir di ogni genere, dal santino all’acqua santa, e poi distribuirli a tutta la parentela». Dallo spargere la benedizione, allo spargere il Covid, diventa un attimo. E infatti il pellegrinaggio ha uno scontrino salatissimo in termini di contagi. E la sensazione è che saranno destinati ad aumentare.
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