Il viaggio a Medjugorje Renata: non mi pento
di Marco Bittau
Il racconto della tour operator: «Negazionisti? Siamo fedeli non fanatici»
3 MINUTI DI LETTURA
OLBIA. Pronti via e già all’ingresso dell’agenzia di via Vignola, a Olbia, il primo colpo d’occhio dice molto, forse tutto. Renata Olejnicka è seduta dietro la scrivania e alle sue spalle campeggia mezzo metro di Madonna, naturalmente una statua, candida come la neve. Qui si organizzano pellegrinaggi per tutti, Medjugorje, Lourdes, Terra Santa, Fatima, Polonia. La prossima settimana si parte per Assisi. Dal 2004 a oggi, sono 17 anni di fede assoluta e professionalità mai in discussione. Sino all’altro ieri.
«Fedeli, non fanatici – si inalbera Renata sventolando referti di tamponi con esito negativo fatti in Bosnia –. Nessuna avventura nel nome della fede. Soprattutto nessun pellegrinaggio di no-vax o negazionisti. Siamo persone equilibrate. Ripeto che abbiamo rispettato le regole e organizzato scrupolosamente tutto quello che si può fare e solo quello. Non so cosa può aver provocato il contagio, di sicuro nulla di ricollegabile all’organizzazione. Sono state dette e scritte tante cose, ma la verità è questa: sino al 23 ottobre non sapevamo e non potevamo prevedere che la Bosnia due giorni dopo la nostra partenza sarebbe diventata zona a rischio Covid. Non c’era alcuna indicazione in tal senso e noi eravamo tranquilli».
La tour operator, titolare dell’agenzia Renata travel, replica alle accuse colpo su colpo. Al suo fianco l’avvocato olbiese Marco Salis. «Dalle notizie dei primi contagi ai titoloni sulla prima pagina della Nuova Sardegna, io non dormo più – dice la donna, piuttosto agitata – ho chiamato al telefono tutti i 167 pellegrini che hanno partecipato al viaggio e ancora lo faccio per sincerarmi delle loro condizioni. Parlo anche con i cinque che sono in ospedale a Sassari, nessuno di loro è in rianimazione. Quello che fa più male sono le accuse infondate, come dire che una pellegrina è stata male e ha accusato sintomi quando ancora eravamo a Medjugorje. Non ci risulta nulla del genere, nessuno ha lamentato niente e invece scopriamo dal giornale che qualcuno ha accusato i sintomi del Covid e non lo ha subito segnalato. Mi sembra una cosa molto grave».
Renata Olejnicka racconta per l’ennesima volta i tormenti del viaggio a Medjugorje: «Il volo charter con i soli pellegrini a bordo, i cinque bus pieni al di sotto del limite consentito, i due hotel dove alloggiavamo solo noi, i ristoranti degli alberghi dove i tavoli erano distanziati, i tamponi tutti negativi fatti prima di ripartire per la Sardegna, la comunicazione a tutti dell’obbligo di quarantena fiduciaria all’arrivo a casa. Tutto questo è registrato e documentato nel nostro libro di viaggio».
Ammette che nel corso del pellegrinaggio ci sono stati momenti in cui si è abbassata la guardia e le maglie della sicurezza sono risultate troppo larghe. «La celebrazione delle messe solitamente avviene all’esterno, ma nel nostro caso si è fatta anche al chiuso, nella “sala gialla” della chiesa – racconta Renata – al momento dell’eucarestia c’erano molti sacerdoti che offrivano le ostie ai fedeli. Loro non fanno parte dell’organizzazione e se qualcuno tra i pellegrini notava il mancato rispetto delle norme di sicurezza poteva non rivolgersi a quel sacerdote o, addirittura, poteva rinunciare alla comunione. Chiedere perdono e rinunciare. È una questione di buon senso, ma siamo ben oltre l’organizzazione del viaggio. Sto dicendo che ci possono essere fatti imprevedibili che sono assolutamente fuori dal nostro controllo». «Ecco – conclude la donna quasi con le lacrime agli occhi – se penso a qualcosa in più che forse si poteva fare, dico sicuramente insistere sino allo sfinimento con tutti i pellegrini per un maggior rispetto delle regole».
Mai abbassare la guardia, insomma. Intanto, la vita va avanti e anche la fede e il lavoro. Il buon senso evidentemente no. Un nuovo pellegrinaggio sta per partire: il 25 novembre si va ad Assisi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Fedeli, non fanatici – si inalbera Renata sventolando referti di tamponi con esito negativo fatti in Bosnia –. Nessuna avventura nel nome della fede. Soprattutto nessun pellegrinaggio di no-vax o negazionisti. Siamo persone equilibrate. Ripeto che abbiamo rispettato le regole e organizzato scrupolosamente tutto quello che si può fare e solo quello. Non so cosa può aver provocato il contagio, di sicuro nulla di ricollegabile all’organizzazione. Sono state dette e scritte tante cose, ma la verità è questa: sino al 23 ottobre non sapevamo e non potevamo prevedere che la Bosnia due giorni dopo la nostra partenza sarebbe diventata zona a rischio Covid. Non c’era alcuna indicazione in tal senso e noi eravamo tranquilli».
La tour operator, titolare dell’agenzia Renata travel, replica alle accuse colpo su colpo. Al suo fianco l’avvocato olbiese Marco Salis. «Dalle notizie dei primi contagi ai titoloni sulla prima pagina della Nuova Sardegna, io non dormo più – dice la donna, piuttosto agitata – ho chiamato al telefono tutti i 167 pellegrini che hanno partecipato al viaggio e ancora lo faccio per sincerarmi delle loro condizioni. Parlo anche con i cinque che sono in ospedale a Sassari, nessuno di loro è in rianimazione. Quello che fa più male sono le accuse infondate, come dire che una pellegrina è stata male e ha accusato sintomi quando ancora eravamo a Medjugorje. Non ci risulta nulla del genere, nessuno ha lamentato niente e invece scopriamo dal giornale che qualcuno ha accusato i sintomi del Covid e non lo ha subito segnalato. Mi sembra una cosa molto grave».
Renata Olejnicka racconta per l’ennesima volta i tormenti del viaggio a Medjugorje: «Il volo charter con i soli pellegrini a bordo, i cinque bus pieni al di sotto del limite consentito, i due hotel dove alloggiavamo solo noi, i ristoranti degli alberghi dove i tavoli erano distanziati, i tamponi tutti negativi fatti prima di ripartire per la Sardegna, la comunicazione a tutti dell’obbligo di quarantena fiduciaria all’arrivo a casa. Tutto questo è registrato e documentato nel nostro libro di viaggio».
Ammette che nel corso del pellegrinaggio ci sono stati momenti in cui si è abbassata la guardia e le maglie della sicurezza sono risultate troppo larghe. «La celebrazione delle messe solitamente avviene all’esterno, ma nel nostro caso si è fatta anche al chiuso, nella “sala gialla” della chiesa – racconta Renata – al momento dell’eucarestia c’erano molti sacerdoti che offrivano le ostie ai fedeli. Loro non fanno parte dell’organizzazione e se qualcuno tra i pellegrini notava il mancato rispetto delle norme di sicurezza poteva non rivolgersi a quel sacerdote o, addirittura, poteva rinunciare alla comunione. Chiedere perdono e rinunciare. È una questione di buon senso, ma siamo ben oltre l’organizzazione del viaggio. Sto dicendo che ci possono essere fatti imprevedibili che sono assolutamente fuori dal nostro controllo». «Ecco – conclude la donna quasi con le lacrime agli occhi – se penso a qualcosa in più che forse si poteva fare, dico sicuramente insistere sino allo sfinimento con tutti i pellegrini per un maggior rispetto delle regole».
Mai abbassare la guardia, insomma. Intanto, la vita va avanti e anche la fede e il lavoro. Il buon senso evidentemente no. Un nuovo pellegrinaggio sta per partire: il 25 novembre si va ad Assisi.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
