La Nuova Sardegna

Nieddu, appello al Governo «Specializzandi in corsia»

di Claudio Zoccheddu
Nieddu, appello al Governo «Specializzandi in corsia»

L’assessore vorrebbe impiegare subito i neolaureati nei pronto soccorso

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SASSARI. Non più solo turni notturni da guardie mediche, o turistiche, e sostituzioni temporanee dei medici di base. Dalla Sardegna, infatti, è stata richiesta la convocazione della Commissione Salute della Conferenza delle Regioni dopo che la proposta dell’assessore della Sanità, Mario Nieddu, di impiegare nell’emergenza-urgenza anche i medici specializzandi ai primi due anni di attività è stata condivisa dai colleghi delle altre Regione durante una seduta della stessa commissione e verrà discussa, e approvata, durante il prossimo incontro.

La proposta sarà nella lista delle deroghe e delle modifiche normative che verranno sottoposte al Governo: «Tutte le Regioni – spiega Nieddu – soffrono per la carenza del personale sanitario. In Sardegna con l’aumento delle borse di studio per le scuole di specializzazione abbiamo segnato un cambio di passo nella programmazione di personale sanitario ma ora servono strumenti straordinari per dare risposte forti anche nell’immediato e non lo possiamo fare senza l’intervento del Governo. Durante la pandemia sono state varate numerose deroghe ma l’attuale emergenza non è diversa e l'approccio deve esser lo stesso».

Ares. Mentre la Regione è costretta a chiedere deroghe urgenti per tappare i buchi della sanità, l’Ats pubblica il piano sanitario triennale e annuale 2022-2024, ovvero lo strumento post riforma sanitaria regionale che dovrebbe riprogrammare l’assistenza medica nell’isola in tutti i suoi aspetti, a partire dalla nascita dell’Ares, acronimo dal retrogusto mitologico che identifica la “nuova” azienda regionale della salute. Peccato che quello presentato sia semplicemente un atto dovuto per legge, predisposto da un ente in liquidazione con una prospettiva di vita di circa sei settimane, e dunque sprovvisto di indicazioni relative alle coperture economiche e di organico. Ma se è chiaro che i fondi arriveranno in gran parte dal Piano nazionale di ripresa e resilienza, non si può dire altrettanto dei problemi di personale che sono il tallone d’Achille di una sanità regionale che ha più di 15mila dipendenti diretti ma che, al momento, si regge sfruttando gli spostamenti a termine nel domino dei sanitari e le chiusure improvvise di interi reparti ospedalieri. E in un orizzonte in cui le professioni mediche saranno le più richieste anche dal mondo del lavoro, la Sardegna (come il resto del Paese) punta sul decentramento, sulle strutture di prossimità come le “Case della comunità”, su forme alternative di ricovero, sulla telemedicina e su nuove figure professionali, come l’infermiere di comunità che dovrebbe diventare il punto di riferimento “proattivo”, dunque con capacità di previsione, per un pacchetto di abitanti compreso tra le 2mila e le 3mila unità, e le Usca, le unità di assistenza mobile che nei progetti dell’Ats dovranno essere composte da un medico e un infermiere ogni 100mila abitanti. Dunque, sarebbero più che sufficienti 16 Usca per coprire l’intero territorio, a patto che oltre a quelle mediche le “cellule” mobili di Ares abbiano anche ottime capacità alla guida, perché in certe aree dell’isola per mettere insieme 100mila abitanti i chilometri da percorrere potrebbero essere parecchi. Forse troppi.

Il nuovo modello. Il futuro parla di prevenzione, di diversi livelli assistenziali e di ricoveri limitati. Di una sanità più snella ma più presente e, forse, più economica e più funzionale allo stesso tempo. Facile a dirsi, difficile a farsi. Ma al momento sono questi i macro obiettivi indicati da Ats: “presenza capillare sul territorio delle attività di prevenzione e promozione della salute”, “capacità di intercettare precocemente la domanda di salute della popolazione fornendo adeguate risposte”, “sviluppare strategie e strumenti di gestione etica delle risorse della comunità” e, infine, “promuovere consapevolezza e autodeterminazione della persona”.

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