Malasanità, donne malate di tumore costrette alla fuga da Sassari
di Luigi Soriga
La denuncia dello staff della Smac durante la visita di una delegazione del Pd
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SASSARI. Definirla “misoginia sanitaria” non è una esagerazione. Della serie: perché una donna con un tumore al seno deve aver meno chance di sopravvivere? Perché deve attendere anche 90 giorni prima di poter essere operata? Eppure parliamo della patologia oncologica con maggior incidenza sul territorio regionale, cioè di circa 1400 nuovi casi all’anno, senza contare le recidive. Eppure a Sassari le sale operatorie vengono concesse col contagocce, e una donna col cancro alla mammella si deve mettere in coda, dietro un paziente con una protesi all’anca, o un’ernia da sistemare. Per carità, problemi che rendono la vita un piccolo calvario, ma niente di paragonabile a un carcinoma che cammina e che ogni giorno rosicchia possibilità di sopravvivenza. In questo periodo ancora di più la tempistica è vitale. Perché il Covid ha eroso la prevenzione, gli screening di massa e le diagnosi precoci: «Arrivano donne con tumori in stadio avanzatissimo – raccontano i chirurghi – roba che non vedevamo da anni. Da metterci le mani nei capelli».
Lo staff della Smac (Senologia Multidisciplinare aziendale coordinata) dell’Aou di Sassari, cioè i chirurghi Corrado Rubino, Rita Nonnis, Alessandro Fancellu, Giuliana Giuliani, insieme alla coordinatrice Leurdina Corongiu, ieri mattina hanno delineato un quadro inquietante agli esponenti politici dem Romina Mura, Gianfranco Ganau e Stefano Manai. Una chiacchierata di oltre due ore che ha evidenziato una serie di carenze al limite dei livelli essenziali di assistenza (Lea). Tanto che l’intera equipe, se la direzione aziendale o la Regione non dovessero trovare delle soluzioni, è pronta a rassegnare le dimissioni e a ritornare ognuno al proprio reparto d’origine. La Smac, e questo è il grande controsenso, da un lato è un servizio assistenziale importantissimo, ma dall’altro resta evanescente sotto il profilo istituzionale, non normata da veri e propri contratti, insomma un sorta di oasi di volontariato medico. Però la dedizione, l’attaccamento alla propria missione, per i medici può sconfinare nello stress e nel burnout. Ed è quello che succede a Sassari, quando prendi in carico una donna di 30 o 40 anni, la accompagni per mano in tutto l’iter diagnostico, dalla prima chiacchierata col chirurgo, alla mammografia, al prelievo istologico, alla scoperta del tumore, e questo lo fai nell’arco di qualche settimana. E poi, al momento di fissare l’operazione chirurgica, cioè l’atto che concretamente porta alla guarigione, non sei in grado di comunicare nemmeno una data, perché ci sono 60 pazienti in lista di attesa e per un appuntamento occorrono anche 90 giorni. Significa non poter mettere nemmeno il paziente in condizione di poter scegliere di che morte morire. Perché se il medico ti assegna un giorno del calendario, tipo il 10 gennaio, un malato può mettere sulla bilancia il pro e il contro, e decidere di aspettare o di emigrare altrove. Invece a Sassari i pazienti restano sulla graticola, con un tumore al seno che avanza, nella più totale incertezza. E ciò che possono fare, e fanno un giorno sì e l’altro pure, è chiamare la Smac e chiedere lumi sul proprio destino. Questo è il carico psicologico e di responsabilità che vive sulla propria pelle un chirurgo che vorrebbe fare bene il proprio lavoro, ma non viene messo nelle condizioni di svolgerlo. E perché? Perché gli slot nelle sale operatorie vengono assegnati anche sulla base dei posti letto disponibili. La Smac, nella sua evanescenza, di per sé non ne possiede uno, ed ecco perché Ortopedia, con i suoi menischi, ha molti più spazi chirurgici a disposizione rispetto a chi si occupa di cancro alla mammella. La direzione Aou ha cercato di mettere una pezza assegnando alla Smac delle sedute aggiuntive, arrivando al paradosso: i chirurghi operano solo una volta alla settimana stipendiati in orario convenzionale, quando potrebbero farlo sette giorni su sette. E invece le altre operazioni le fanno in regime di straordinario, pagate cioè extra. «Per smaltire le 60 pazienti in lista – dicono – chiediamo che per 20 giorni venga operato solo chi ha un tumore». L’altra soluzione, quella più logica, è che a Sassari venga finalmente attivata la Breast Unit, della quale si parla da decenni ma rimasta nel cassetto delle buone intenzioni. La Sardegna è una delle pochissime regioni a non averla. L’Umbria, ad esempio, con 800mila abitanti (la Sardegna che ne ha il doppio), ha 4 breast unit attive ed efficienti. Che possono contare su una sala operatoria dedicata e gestire in totale autonomia le liste di attesa. A Sassari le pazienti ormai scappano, e quando va bene si rivolgono a centri di eccellenza come lo Ieo, che tra l’altro fa proselitismo di pazienti attraverso le visite private. Il medico apre l’agenda: «Signora, se vuole la operiamo a Milano tra dieci giorni». E via, chi se lo può permettere, destinazione Lombardia e la Regione che elargisce rimborsi in convenzione che pesano sul bilancio sanitario. Altre donne invece finiscono in centri più piccoli della Sardegna, che non hanno la titolarità e soprattutto la casistica per poter effettuare questo tipo di chirurgia. Che ha bisogno di un approccio multidisciplinare, come quello erogato dalla Smac, con l’ausilio anche di uno psicologo. Perché l’asportazione del seno, non va dimenticato, può essere vissuta come una pesante amputazione della femminilità.
Lo staff della Smac (Senologia Multidisciplinare aziendale coordinata) dell’Aou di Sassari, cioè i chirurghi Corrado Rubino, Rita Nonnis, Alessandro Fancellu, Giuliana Giuliani, insieme alla coordinatrice Leurdina Corongiu, ieri mattina hanno delineato un quadro inquietante agli esponenti politici dem Romina Mura, Gianfranco Ganau e Stefano Manai. Una chiacchierata di oltre due ore che ha evidenziato una serie di carenze al limite dei livelli essenziali di assistenza (Lea). Tanto che l’intera equipe, se la direzione aziendale o la Regione non dovessero trovare delle soluzioni, è pronta a rassegnare le dimissioni e a ritornare ognuno al proprio reparto d’origine. La Smac, e questo è il grande controsenso, da un lato è un servizio assistenziale importantissimo, ma dall’altro resta evanescente sotto il profilo istituzionale, non normata da veri e propri contratti, insomma un sorta di oasi di volontariato medico. Però la dedizione, l’attaccamento alla propria missione, per i medici può sconfinare nello stress e nel burnout. Ed è quello che succede a Sassari, quando prendi in carico una donna di 30 o 40 anni, la accompagni per mano in tutto l’iter diagnostico, dalla prima chiacchierata col chirurgo, alla mammografia, al prelievo istologico, alla scoperta del tumore, e questo lo fai nell’arco di qualche settimana. E poi, al momento di fissare l’operazione chirurgica, cioè l’atto che concretamente porta alla guarigione, non sei in grado di comunicare nemmeno una data, perché ci sono 60 pazienti in lista di attesa e per un appuntamento occorrono anche 90 giorni. Significa non poter mettere nemmeno il paziente in condizione di poter scegliere di che morte morire. Perché se il medico ti assegna un giorno del calendario, tipo il 10 gennaio, un malato può mettere sulla bilancia il pro e il contro, e decidere di aspettare o di emigrare altrove. Invece a Sassari i pazienti restano sulla graticola, con un tumore al seno che avanza, nella più totale incertezza. E ciò che possono fare, e fanno un giorno sì e l’altro pure, è chiamare la Smac e chiedere lumi sul proprio destino. Questo è il carico psicologico e di responsabilità che vive sulla propria pelle un chirurgo che vorrebbe fare bene il proprio lavoro, ma non viene messo nelle condizioni di svolgerlo. E perché? Perché gli slot nelle sale operatorie vengono assegnati anche sulla base dei posti letto disponibili. La Smac, nella sua evanescenza, di per sé non ne possiede uno, ed ecco perché Ortopedia, con i suoi menischi, ha molti più spazi chirurgici a disposizione rispetto a chi si occupa di cancro alla mammella. La direzione Aou ha cercato di mettere una pezza assegnando alla Smac delle sedute aggiuntive, arrivando al paradosso: i chirurghi operano solo una volta alla settimana stipendiati in orario convenzionale, quando potrebbero farlo sette giorni su sette. E invece le altre operazioni le fanno in regime di straordinario, pagate cioè extra. «Per smaltire le 60 pazienti in lista – dicono – chiediamo che per 20 giorni venga operato solo chi ha un tumore». L’altra soluzione, quella più logica, è che a Sassari venga finalmente attivata la Breast Unit, della quale si parla da decenni ma rimasta nel cassetto delle buone intenzioni. La Sardegna è una delle pochissime regioni a non averla. L’Umbria, ad esempio, con 800mila abitanti (la Sardegna che ne ha il doppio), ha 4 breast unit attive ed efficienti. Che possono contare su una sala operatoria dedicata e gestire in totale autonomia le liste di attesa. A Sassari le pazienti ormai scappano, e quando va bene si rivolgono a centri di eccellenza come lo Ieo, che tra l’altro fa proselitismo di pazienti attraverso le visite private. Il medico apre l’agenda: «Signora, se vuole la operiamo a Milano tra dieci giorni». E via, chi se lo può permettere, destinazione Lombardia e la Regione che elargisce rimborsi in convenzione che pesano sul bilancio sanitario. Altre donne invece finiscono in centri più piccoli della Sardegna, che non hanno la titolarità e soprattutto la casistica per poter effettuare questo tipo di chirurgia. Che ha bisogno di un approccio multidisciplinare, come quello erogato dalla Smac, con l’ausilio anche di uno psicologo. Perché l’asportazione del seno, non va dimenticato, può essere vissuta come una pesante amputazione della femminilità.
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