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Arriva l’agrivoltaico tentazione energia tra opportunità e rischi

Arriva l’agrivoltaico tentazione energia tra opportunità e rischi

Roggero (Uniss): «Gruppi potenti investono nell’isola ma l’interesse per la coltivazione può diventare marginale»

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SASSARI. È un periodo di grandi trasformazioni, legate per lo più all’obiettivo della transizione energetica. Un processo che tocca molto da vicino anche l’agricoltura. E c’è in atto un fenomeno che potrebbe lasciare segni indelebili, in positivo e in negativo, sul futuro del settore nell’isola: «Hanno messo gli occhi sull’agricoltura ambiti che sino a qualche decennio fa si occupavano di tutt’altro – spiega il direttore del dipartimento di agraria dell’università di Sassari, Pier Paolo Roggero – Uno è quello dell’energia. Ormai in Europa un’alta percentuale di aziende agricole produce anche energia, sotto forma di biogas o con il fotovoltaico (anche se per i pannelli piazzati sopra le serre è finita per lo più male, nella maggior parte dei casi si sono rivelati una truffa). Ora è il momento dell’agrivoltaico: combinazione tra agricoltura in campo e fotovoltaico, mediante l’utilizzo di pannelli, ma in posizione elevata in modo da non intaccare le attività sottostanti».

Nasce dall’esigenza di arrivare al 2030 con gli obiettivi di sviluppo sostenibile ed emissioni in regola. L’Italia è abbastanza indietro e «a livello nazionale occorrono 50mila ettari, c’è quindi grande pressione. Così gruppi molto grossi stanno già investendo per centinaia di milioni di euro nell’isola – dice Roggero – favoriti anche da una disponibilità economica pazzesca, che nessuno qui può vantare, e dal costo delle installazioni che si è molto ridotto, per cui non c’è nemmeno bisogno di incentivi per renderle convenienti».

Un bene o un male? «Da una parte vedo delle minacce, non nascondo che un certo rischio di land grabbing (accaparramento di terreni agricoli, ndc) esiste. E la fretta di raggiungere gli obiettivi fa sì che il ministero diventa vicariante rispetto alla Regione sulle autorizzazioni. Ma vedo anche opportunità: si tratta di investimenti importanti, tanto che se anche il terreno non fosse molto produttivo la maggior parte del reddito derivante da un terreno arriverebbe comunque dall’attività fotovoltaica, in una proporzione che potrebbe essere di 9-1, specie se si tratta di colture estensive. Insomma, la stessa area passerebbe da una rendita di qualche centinaio di euro a qualche migliaio a ettaro».

Certo, per l’agricoltore si tratterebbe di un balzo allettante: «La proposta è: ti diamo 1500 euro a ettaro (un’enormità rispetto alle cifre attuali) e in più ti consentiamo di coltivare quello che vuoi». Ma questo processo non rischia di minare dalle fondamenta il settore? «Certo ci sono vincoli su zone protette e irrigue, per ora quelle servite dai consorzi di bonifica. Il pericolo però – spiega Roggero – è che una volta che l’agricoltore venisse “drogato” dalla consapevolezza che il 90% del reddito gli deriva dall’energia, perché dovrebbe occuparsi seriamente delle coltivazioni? Conosco alcune situazioni del genere in atto nella Pianura Padana e mi garantiscono che si continua a fare agricoltura. Ma la Sardegna è una realtà diversa».

Il direttore di agraria spiega che gli investitori non si stanno rivolgendo a chiunque, ma cercano interlocutori affidabili, che magari avevano già ottenuto finanziamenti per riconvertire l’azienda al fotovoltaico. E hanno bisogno di terreni pianeggianti. Il problema è che, dal punto di vista scientifico, a livello agronomico, non ci sono dati a supporto di queste progettazioni. «Insomma, io su questo argomento sono “laico” – dice Roggero – ma una cosa è certa: l’agrivoltaico è un fenomeno che va governato». (a.palmas)

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