La Nuova Sardegna

La coppia in tribunale: accusa di favoreggiamento

di Enrico Carta
La coppia in tribunale: accusa di favoreggiamento

Il marito scagiona la moglie: «Quella parte della casa è separata, non sapeva che c’era gente»

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ORISTANO. Sono stati gli ultimi a vederlo da uomo in fuga. Sono stati i primi a entrare in tribunale, da imputati, per una vicenda giudiziaria che ha tutta l’aria di somigliare a qualcosa di molto lungo che coinvolgerà quasi sicuramente anche altre persone. Insospettabili, senza precedenti penali e carichi pendenti, i coniugi Antioco Gioi, allevatore di 57 anni con trecento capre e centotrenta mucche nella sua azienda, e sua moglie Basilia Puddu, che di anni ne ha 47, sono per ora gli unici fiancheggiatori della fuga di Graziano Mesina.

Martedì, giorno fissato per la conclusione dell’udienza, sapranno cosa deciderà la giudice Serena Corrias che se li è trovati di fronte al processo per direttissima iniziato ieri mattina. Desulo, piena Barbagia e provincia di Nuoro, per una di quelle strane decisioni burocratiche vecchie e ormai consolidate, è nel territorio di competenza del tribunale di Oristano. Il pubblico ministero Armando Mammone li accusa di aver favorito la latitanza dell’ex primula rossa del Supramonte. Da quanto? Questo è un dubbio che nessuno dei due imputati ha saputo o voluto chiarire, anche se le descrizioni fatte in aula dai carabinieri – zaino neanche disfatto, appena i resti di un budello di salsiccia nella casa da lui occupata – fanno intuire che Mesina fosse lì da poco. Pochissimo, anche perché sino a qualche giorno prima sembra che fosse abitata da una parente dei coniugi. E loro, assistiti dall’avvocato Gian Christian Melis, hanno lasciato poco spazio alle parole. Basilia Puddu si è infatti avvalsa della facoltà di non rispondere, Antioco Gioi ha rilasciato solo una breve spontanea dichiarazione: «Quella parte di casa è separata dal resto, mia moglie e i miei figli (ne ha tre, tutti minorenni, ndr) non sapevano nulla. Gli accessi sono separati».

Sono state parole che hanno preceduto la richiesta del pubblico ministero di convalidare l’arresto e di attribuire a entrambi almeno gli arresti domiciliari: «Impossibile che non si rendessero conto che nell’altro piano ci fosse qualcuno». Tesi che invece è stata sostenuta proprio dall’avvocato che, però, non pare aver convinto la giudice che ha mandato entrambi ai domiciliari. Prima c’era stato un tentativo di patteggiamento, ma di fronte alla proposta di cinque anni di pena l’ipotesi è subito tramontata. Martedì deciderà che tipo di formula processuale scegliere, probabilmente il rito abbreviato.

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