La Nuova Sardegna

Centrale elettrica Ep: dal carbone al gas, 300 milioni per Fiume Santo

di Giuseppe Centore
Centrale elettrica Ep: dal carbone al gas, 300 milioni per Fiume Santo

L’ad Alippi presenta i progetti del gruppo: «Pronti a investire sulla riconversione»

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CAGLIARI. Ep Produzione, la società della holding ceca Eph controllata dal magnate Daniel Kretinsky, non riduce l’impegno sul sito di Fiume Santo, anzi annuncia che vi vuole investire circa 300 milioni di euro nei prossimi anni. Lo fa con una intervista che l’amministratore delegato di Ep Produzione, Luca Alippi, ha rilasciato al nostro giornale, nella quale si parla del decreto “Sardegna-Energia” e del futuro del sistema industriale del nord dell’isola. Le parole chiave sono: decarbonizzazione, mercato, innovazione, occupazione.

Ingegner Alippi siete pronti per uscire dal carbone? Il quadro infrastrutturale e regolatorio vi convince?

«Intanto aspettiamo il decreto che sarà firmato dal presidente Draghi. Su quello ci confronteremo, ma dobbiamo ricordare a tutti che l’uscita dal carbone, il phase-out per processi così complessi, non può avvenire dall’oggi al domani, tantomeno in Sardegna, dove la situazione è diversa dal resto del Paese. La stessa Terna ipotizza un addio al carbone per il 2028, più in là rispetto al 2025 del Continente, e solo quando il T-Link sarà in esercizio. Le due centrali a carbone, a nord e a sud sono entrambe essenziali per stabilizzare la rete. Dopo il carbone, il gas può avere un ruolo importante per garantire la sicurezza del sistema elettrico: uno scenario con gas, accumuli e rinnovabili, anche nell’Isola, è credibile, fattibile e conveniente, ma serve chiarezza ulteriore dal decreto in termini di quadro infrastrutturale e regolatorio».

Cosa non vi convince della bozza di decreto circolata in questi giorni che applica la virtual pipe-line e che prevede due terminali proprio a nord e a sud?

«Forse bisogna individuare meccanismi aggiuntivi per sincronizzare i tempi tecnici di costruzione delle opere con le date di consegna dell’energia al futuro mercato delle capacità (vedi pezzo in basso, ndr), e per evitare che ci siano infrastrutture inutili (sistema di approvvigionamento del gas senza la domanda proveniente dalle centrali) o opere inutili (centrali a gas senza un sistema di rifornimento e distribuzione, efficace e adeguato).

E quindi quale futuro immaginate per Fiume Santo, ammesso che di dismissione proprio non si parla?

«Pensiamo a un mix di tecnologie energetiche, non domani, ma oggi. Nei prossimi giorni presenteremo al Ministero per la Transizione energetica l’istanza per la valutazione di impatto ambientale per la costruzione di una nuova centrale a gas, con due moduli di potenza pressoché equivalenti, in altrettante fasi, per un investimento di circa 200 milioni di euro per il primo modulo. Contemporaneamente presenteremo un aggiornamento per il progetto di un parco fotovoltaico, sempre a Fiume Santo per altri 10 megawatt per 10 milioni, e infine consideriamo un ulteriore possibile investimento di circa 80 milioni di euro in un progetto di batterie elettrochimiche da 100 megawatt (sarebbe uno dei più grandi parchi in Italia, ndr), per il quale stiamo avviando il percorso autorizzativo. Al momento per il progetto a gas non riteniamo possibile la partecipazione alla prossima asta del capacity market con consegna 2024: ci sono ancora troppe incertezze e i tempi non collimano. Stiamo valutando invece di parteciparvi con il progetto che riguarda le batterie».

I progetti sono previsti, gli investimenti sono definiti, ma secondo voi tutto ciò basterà a mitigare gli effetti sul fronte occupazionale di un così profondo cambio di tecnologie? La vostra centrale turbogas di Livorno Ferraris, la più nuova di Ep in Italia, ha un potenza superiore a quella di Fiumesanto, ma impiega poco più di trenta persone. Il rischio è quello di vedere ridotta drasticamente anche a Fiume Santo la forza lavoro?

«Questo non è il nostro obiettivo, però bisogna partire da una premessa. Non esistono singole tecnologie di produzione che possano anche solo avvicinarsi alla quantità di manodopera attualmente impegnata in una centrale a carbone. Un insieme di tecnologie può mitigare gli impatti, ma non evitarli del tutto. Il sistema gas, che prevede una centrale ed un terminale in prossimità impegnerà più persone di una singola centrale e insieme alle altri progetti (rinnovabili, batterie) si potranno così da ridurre gli effetti occupazionali negativi di quel salto tecnologico che tutti vogliono. Uscire dal carbone ha un costo occupazionale evidente. I nostri progetti sulle rinnovabili e il futuro sistema del gas ridurranno l’impatto».

Avete in mente iniziative legate all’idrogeno “verde”, quello ottenuto dalla rinnovabili?

«Relativamente all’idrogeno verde siamo in una fase iniziale di valutazione. Il punto più critico mi pare però quello di individuare i possibili utilizzatori, nei servizi e nell’industria, assumendo che l’idrogeno prodotto possa essere utilizzato al meglio all’interno del territorio circostante, ovvero con punti di consumi vicini alla produzione. A tal fine abbiamo già sviluppato alcuni accordi di collaborazione, con il CIPS, con l’università di Sassari e con il CRS4».

@gcentore. ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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