Corsa al Quirinale, Luigi Zanda: «Marini e Prodi silurati: la pagina politica più brutta»
L’ex capogruppo Pd racconta i retroscena delle elezioni a cui ha preso parte
SASSARI. Il rapporto stretto con Cossiga di cui fu portavoce ai tempi del sequestro Moro. I franchi tiratori che bruciarono i nomi di Marini e Prodi quando era lui capogruppo al Senato del Pd decretando la fine della segreteria Bersani e costringendo Napolitano al bis. La scelta di Mattarella rivendicata da Renzi. Luigi Zanda racconta il suo Quirinale. Il senatore dem, cagliaritano di nascita e romano d’adozione, parla come amico e da grande elettore del suo legame con i presidenti della Repubblica alla vigilia della convocazione del Parlamento in seduta comune per scegliere il successore di Mattarella.
Senatore Zanda, il primo presidente della Repubblica che ha conosciuto?
«Non ricordo nemmeno se gli strinsi la mano, ma il primo presidente che ho incontrato nella mia vita fu Antonio Segni».
Il suo giudizio su Segni?
«È stato un buon presidente della Repubblica, purtroppo per un breve tempo. Io sono stato eletto senatore nel Lazio ma sento molto la responsabilità del Senato in Sardegna, che nonostante sia una regione piccola, ha dato all’Italia due importanti presidenti della Repubblica: appunto Segni e Francesco Cossiga. Questo attribuisce a chi come me è nato in Sardegna e fa politica un grande orgoglio e una grande responsabilità».
Portavoce di Cossiga al Viminale e a Palazzo Chigi: lei immaginava sarebbe diventato presidente della Repubblica?
«Francamente non immaginavo sarebbe potuto diventarlo, ma debbo dire che per nessun uomo politico, nemmeno per quelli più importanti, è mai convenuto immaginare un futuro al Quirinale. Le previsioni non si avverano mai, soprattutto se fatte con largo anticipo».
Qual era il vostro legame?
«Abbiamo conservato sempre un rapporto molto affettuoso. Fino a quando è morto lo vedevo spesso, ci telefonavamo frequentemente. Con il tempo – e soprattutto con i tanti momenti difficili vissuti insieme – abbiamo consolidato un legame che posso definire speciale».
Lei è stato al suo fianco durante il sequestro Moro.
«È stata una fase difficilissima per l’Italia che la politica e il governo hanno saputo gestire con molta lungimiranza e in cui Cossiga ha fatto il suo dovere di italiano e democratico».
Come visse la sua metamorfosi, da presidente silenzioso a Picconatore?
«Cossiga ha sempre avuto dei cambiamenti di umore, e anche molto vivaci. Io non conoscevo e non ho mai saputo le ragioni che lo indussero negli ultimi due anni al Quirinale ad assumere posizioni così forti, ma voglio tentare di spiegare – anche razionalmente – quel cambiamento di tono da parte di Cossiga. Penso che un Paese nel quale il presidente della Repubblica, per farsi ascoltare e fare sentire le sue ragioni, sia costretto ad alzare la voce sia un Paese che deve interrogarsi sul rapporto tra le sue istituzioni e l’opinione pubblica».
Durante l’era Rutelli lei fu presidente dell’Agenzia del Giubileo del 2000. I rapporti con il Quirinale?
«Eccellenti, tanto che la presidenza della Repubblica - era il settennato di Oscar Luigi Scalfaro - accettò la mia idea di concedere la trasformazione delle Scuderie del Quirinale in una grande galleria capace di ospitare mostre di altissimo livello culturale, permettendo di dotare Roma di uno spazio che le mancava e che oggi le viene invidiato da tutte le capitali».
Nel 2003 è eletto senatore della Margherita. Al Quirinale c’è Ciampi.
«Lo conoscevo già personalmente. Al di là della sua mente impeccabile con cui ha svolto tutti i ruoli pubblici, da governatore della Banca d’Italia a ministro del Tesoro, da presidente del Consiglio a capo dello Stato, credo che Ciampi rappresenti il modello al quale si dovrebbe ispirare la classe dirigente di una democrazia moderna come l’Italia: grande competenza tecnica e grande attenzione al rispetto dei ruoli istituzionali e alle regole dei rapporti internazionali».
È l’identikit del futuro capo dello Stato?
«Ciascuno dei suoi 12 predecessori potrà dare spunti per il suo identikit».
Nel 2006 prime elezioni per il capo dello Stato da grande elettore: come si arriva alla candidatura di Giorgio Napolitano?
«L’elezione fu preparata dalla decisione di Ciampi di nominarlo senatore a vita. Napolitano era un figura di grandissimo spessore, rispettato unanimemente. La scelta del Parlamento fu poi confermata da una presidenza molto importante».
Nel 2013 è capogruppo del Pd al Senato in uno dei momenti più difficili per il centrosinistra: prima viene impallinato Marini, poi Prodi. Che ricordo ha di quelle giornate?
«Sono i due momenti peggiori della mia vita parlamentare».
I 101 franchi tiratori erano organizzati o battitori liberi?
«I tentativi di identificare i franchi tiratori sono sempre velleitari, ma è impossibile che 101 franchi tiratori siano un fenomeno libero e spontaneo. Erano organizzati, ma con il voto segreto se i colpevoli non confessano nessuno potrà dire con certezza chi è stato. Ma in termini generali ritengo che sia Marini che Prodi non sono stati colpiti per la loro personalità ma sono stati impallinati da manovre politiche torbide. Questo pone in risalto il grave cambiamento della natura del voto segreto, che dovrebbe proteggere la libertà di pensiero di singoli parlamentari – è stato previsto con questo obiettivo -. Viceversa con il tempo è diventato quasi esclusivamente uno strumento di manovra politica e di questo sono stati vittima prima Franco Marini poi Romano Prodi, due persone degnissime che non avrebbero meritato un simile trattamento».
L’elezione di Mattarella è tutta merito di Renzi?
«In molti avrebbero il titolo di attribuirsi qualche merito. Ma Renzi era il segretario del partito più forte in quella legislatura e fu certamente decisivo».
Ha presentato un ddl per vietare l’ipotesi del secondo mandato. C’è chi sostiene che sia stata fatta per agevolare un bis di Mattarella.
«Mi sono stancato di ricevere questa domanda. È una falsità che ho già smentito mille volte ma per un riflesso condizionato del nostro sistema politico ogni tanto riemerge. Io ritengo che sia innanzitutto importante abolire il semestre bianco perché è una rottura ingiustificata del sistema. Deve sempre esserci la possibilità di sciogliere il Parlamento nei casi in cui risultasse impossibile comporre una maggioranza. Quanto poi alla rielezione mi sembra che sia Leone che Segni che lo stesso Mattarella, oltre una parte molto ampia della dottrina, abbiano già spiegato in modo esauriente che il settennato è un tempo già molto ampio».
Come finirà la partita del Quirinale?
«Non glielo so dire io né nessun altro. Ma posso dirle che per la stabilità dell’Italia, per il nostro buon nome internazionale e per dare autorevolezza al settennato sarebbe molto grave se le manovre dei partiti ci facessero perdere contemporaneamente sia Sergio Mattarella che Mario Draghi».
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