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Cerealicoltori in crisi aumentano la spese ma calano i ricavi

Cerealicoltori in crisi aumentano la spese ma calano i ricavi

Raddoppiato il costo del gasolio, triplicato per i fertilizzanti A rischio il raccolto del grano duro su un terzo dei terreni

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SASSARI. Il costo del grano è aumentato ma i produttori non hanno incassato la differenza e si sono trovati davanti al raddoppio dei costi delle semine. È sostanzialmente questo il paradosso che stanno vivendo i cerealicoltori che, oltretutto, in Sardegna sono fermati nei lavori di semina dalle continue piogge degli ultimi due mesi.

«Siamo in forte ritardo con le semine, avremmo dovuto chiudere da quindici giorni ma ne avremo fino a metà febbraio – spiega Paolo Floris, agricoltore e vicepresidente di Coldiretti Cagliari –. Si prospetta il rischio che un terzo delle terre non si possano seminare a grano».Un problema già vissuto nel 2021 ma che quest’anno si associa all’aumento dei costi di produzione. Da una analisi effettuata da Coldiretti emerge che i costi delle semine per la produzione di grano, destinato a pasta e pane, sono raddoppiati per effetto di rincari di oltre il 50% del gasolio necessario alle lavorazioni dei terreni. Aumentano anche i costi dei mezzi agricoli, dei fitosanitari e dei fertilizzanti, che arrivano anche a triplicare. «Il costo dell’urea – ricorda Floris – è cresciuto in un anno di circa il 165%, da 37–38 a 100–105 euro, cosi come il costo dell’adblue è quadruplicato. Sono costi insostenibili che dobbiamo tra l’altro anticipare per poi avere una remunerazione del grano sotto i costi di produzione che arriva anche dopo mesi dalla vendita. È un sistema insostenibile».

Il duro italiano – sottolinea Coldiretti – è pagato agli agricoltori nazionali meno di quello proveniente dall’estero che pesa per il 40% sulla produzione di pasta. La produzione importata in Italia, soprattutto dal Canada, è ottenuta con l’uso del diserbante chimico glifosato in preraccolta, vietato in Italia. Una anomalia che ha spinto il record degli acquisti di pasta con grano 100% italiano reso riconoscibile dall’obbligo di etichettatura di origine. Ci sono insomma le condizioni per incrementare la produzione di grano duro che in sedici anni (2004 – 2020) ha perso oltre l’80% della superficie, addirittura 78.644 ettari, passando da 96.710 ettari a 18.066. E la Sardegna era la seconda regione in cui si coltivava più frumento duro: 158mila ettari su 1,29 milioni totali. Negli ultimi venti anni sono dimezzati anche i cerealicoltori, passati da oltre 12mila a meno di 6mila. «Gli aumenti impazziti dei prezzi creano un corto circuito per le aziende estromesse dagli utili che non si sa quest’anno dove si siano fermati visto che anche il consumatore finale risente di questi aumenti – evidenzia il presidente di Coldiretti, Battista Cualbu –. Per fermare le speculazioni ribadiamo la necessità degli accordi di filiera che garantiscano equilibrio».

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