La Nuova Sardegna

Il rito meticoloso della vestizione

Il rito meticoloso della vestizione

Misure di sicurezza rigidissime e controlli maniacali per chi entra nel reparto

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SASSARI. Non c’è un solo centimetro di pelle scoperta. Quando si accede alla zona rossa, la vestizione è meticolosa e chirurgica. Se sei esperto, e soprattutto se hai un paziente che sta male da assistere, indossi la corazza in pochi minuti. Se è la prima volta che ti cimenti con le tute ad alto contenimento virale, allora l’operazione è più complessa. Via innanzitutto gli abiti borghesi, bisogna indossare pantaloni e camice verde. Poi le scarpe vengono sostituite dagli stivali in gomma. E questo è solo l’inizio. Poi bisogna coprire i capelli con una retina, e indossare la prima mascherina. Elastico dietro le orecchie, e poi la seconda mascherina, entrambe ffp2. Non basta: arriva il momento della tuta bianca. Bisogna aprire la zip e infilarla, come fosse una specie di muta da sub. Deve coprire anche lo stivale. Due guanti in lattice nelle mani, il secondo che va sopra la tuta. E poi il cappuccio, che avvolge bene testa e volto e lascia scoperti solo gli occhi. L’ultima protezione è la maschera in plastica trasparente. Non c’è lembo di pelle che respiri, è come stare dentro una sauna. Ma è il dress code del medico covid, da due anni a questa parte. E l’ingresso in reparto è la parte più semplice: l’uscita è ancora più macchinosa. Stivali dentro una bacinella piena di varechina. Poi si spruzzano i guanti sempre con la varechina, e si può cominciare a levare la maschera in plastica. Bisogna sanificare nuovamente i guanti con lo spray, e allora si può levare il cappuccio. Ancora varechina e via la prima mascherina. Ogni volta che il guanto tocca un indumento potenzialmente contaminato, bisogna igienizzarla. Così per la tuta, che bisogna toccare solo dall’interno, fino agli stivali. L’ultima cosa da togliere sono proprio i guanti. Una precauzione quasi maniacale, ma che finora ha evitato i contagi interni. (lu.so.)

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