Ricoveri “con” Covid: è scontro sui numeri
di Roberto Petretto
Marracini: giusto non conteggiare i positivi finiti in ospedale per altre ragioni
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SASSARI. Sui numeri si dovrebbe essere tutti d’accordo: se un anno fa i contagi erano intorno ai 200 al giorno, ora ce ne sono all’incirca un migliaio in più. Ma i ricoveri sono di molto inferiori: nel gennaio del 2021 più di 400 in area medica contro i 220 di ieri; 40 in terapia intensiva mentre ieri erano 28. Insomma, molti più contagi, ma meno ricoveri. I dati sulle ospedalizzazioni sarebbero poi ancora più bassi se venisse cambiato il criterio di conteggio, così come chiedono diverse Regioni italiane. La filosofia è questa: conteggiare tra i ricoverati Covid soltanto i pazienti che entrano in ospedale con per la diagnosi del contagio dal virus e non per altre patologie, risultando poi positivi durante la degenza. E qui che si delineano le differenze, i punti di vista divergenti. Da una parte le Regioni (o buona parte di esse). «È complicato stabilire come cambierebbe il conto dei contagi - dice l’assessore regionale alla sanità, Mario Nieddu -. Le stime di alcune Regioni parlano di un 30 cento che non andrebbe più classificato come Covid. In base alla richiesta che abbiamo fatto il nuovo criterio consentirebbe un ricalcolo dei carichi sugli ospedali, aspetto importante per il passaggio di fasciai».
Questa la posizione delle Regioni. Dall’altra parte c’è l’Istituto superiore di sanità che ha già detto chiaramente che il criterio di calcolo non deve cambiare. Divisione netta e apparentemente inconciliabile. E anche tra i medici i pareri sono diversi.
I pro. Tra quelli «assolutamente a favore di un ripensamento dei criteri» c’è Sergio Marracini, direttore sanitario del presidio ospedaliero della Asl di Cagliari. Che argomenta così la propria convinzione: « il direttore sanitario del presidio ospedaliero della Assl di Cagliari: «Le faccio un esempio. nei giorni scorsi da noi è stato ricoverato un 93enne che aveva subito la frattura del femore. Era stato visitato al pronto soccorso di Oristano, è stato sottoposto a tampone ed è risultato positivo. A Oristano non possono prendere in carico un fratturato positivo al Covid è quindi lo hanno mandato da noi. Un caso analogo è capitato con un paziente oncologico, arrivato sempre da Oristano: ricoverato per un’altra patologia è risultato positivo. E lo abbiamo preso in carico noi». Il senso del discorso è questo: queste persone sarebbero comunque finite in ospedale, ma non per il Covid. Forse qualcuno non si sarebbe neppure reso conto di essere stato contagiato.
«Abbiamo tanti casi di questo genere - dice ancora Marracini - . La maggior parte di questi sono vaccinati che non avevano sintomi rilevanti». Quanti sono o, almeno, in che percentuale sono rispetto al totale? «Non abbiamo una stima precisa - dice ancora Marracini -. Abbiamo iniziato a lavorarci, ma è difficile fare una stima. Ci sono reparti come urologia dove sono quasi tutti così. Lo stesso sta accadendo in cardiologia. Ce li mandano da altri ospedali perché siamo gli unici che possono assisterli per altre patologie pur essendo positivi al Covid». Da qui il convincimento di Marracini: «Sono assolutamente favorevole a un ripensamento dei criteri perché altrimenti si rischia di dare importanza a situazioni che non hanno rilevanza o non fanno statistica sulla pandemia. Certo, il numero dei positivi fa notizia, ma non han più una rilevanza enorme, grazie alla campagna vaccinale che ha avuto un peso importante».
I contro. Di parere opposto l’Ordine dei medici di Oristano: «Condividiamo la posizione del presidente della Federazione nazionale degli Ordini, Filippo Anelli, che ha espresso forte contrarietà alla revisione del metodo di conteggio dei ricoverati Covid. L’obiettivo di ridurre la curva pandemica e allentare la pressione sugli ospedali si realizzi non con espedienti numerici ma con misure pratiche, quali ad esempio le chiusure selettive».
Secondo l’Ordine «è importante capire che i pazienti ricoverati positivi al Covid, sia in area medica che in terapia intensiva, comunque li si conteggi contribuiscono a sovraccaricare gli ospedali».
E qui vengono i problemi: «I presidi di pronto soccorso sardi sono nuovamente in affanno - denuncia l’Ordine -. Spesso pazienti anche gravi non riescono ad essere trasferiti nei reparti dedicati nei tempi richiesti; e medici e infermieri che ci lavorano, numericamente insufficienti, sono ancora una volta allo stremo e si sentono soli».
C’è quindi un appello rivolto agli amministratori regionali affinché «nelle loro scelte tengano conto dell'incertezza che continua a persistere sullo sviluppo della pandemia, mettendo avanti a tutto la protezione dei soggetti fragili e l'operatività di tutto il sistema sanitario, a iniziare da quello ospedaliero. In questo modo, oltre che incrementando il livello di immunizzazione della popolazione, si potrà sperare di mantenere il numero dei ricoverati ad un livello sostenibile per poter liberare risorse umane e organizzative».
Dalla sua trincea cagliaritana, Sergio Marracini offre una lettura più ottimistica: «Il confronto tra l’anno scorso e quest’anno è totalmente a vantaggio della situazione attuale quest'anno. Se riusciamo a uscirne in maniera dignitosa anche questa volta, vuol dire che, tutto sommato, ce la siamo cavata bene».
Questa la posizione delle Regioni. Dall’altra parte c’è l’Istituto superiore di sanità che ha già detto chiaramente che il criterio di calcolo non deve cambiare. Divisione netta e apparentemente inconciliabile. E anche tra i medici i pareri sono diversi.
I pro. Tra quelli «assolutamente a favore di un ripensamento dei criteri» c’è Sergio Marracini, direttore sanitario del presidio ospedaliero della Asl di Cagliari. Che argomenta così la propria convinzione: « il direttore sanitario del presidio ospedaliero della Assl di Cagliari: «Le faccio un esempio. nei giorni scorsi da noi è stato ricoverato un 93enne che aveva subito la frattura del femore. Era stato visitato al pronto soccorso di Oristano, è stato sottoposto a tampone ed è risultato positivo. A Oristano non possono prendere in carico un fratturato positivo al Covid è quindi lo hanno mandato da noi. Un caso analogo è capitato con un paziente oncologico, arrivato sempre da Oristano: ricoverato per un’altra patologia è risultato positivo. E lo abbiamo preso in carico noi». Il senso del discorso è questo: queste persone sarebbero comunque finite in ospedale, ma non per il Covid. Forse qualcuno non si sarebbe neppure reso conto di essere stato contagiato.
«Abbiamo tanti casi di questo genere - dice ancora Marracini - . La maggior parte di questi sono vaccinati che non avevano sintomi rilevanti». Quanti sono o, almeno, in che percentuale sono rispetto al totale? «Non abbiamo una stima precisa - dice ancora Marracini -. Abbiamo iniziato a lavorarci, ma è difficile fare una stima. Ci sono reparti come urologia dove sono quasi tutti così. Lo stesso sta accadendo in cardiologia. Ce li mandano da altri ospedali perché siamo gli unici che possono assisterli per altre patologie pur essendo positivi al Covid». Da qui il convincimento di Marracini: «Sono assolutamente favorevole a un ripensamento dei criteri perché altrimenti si rischia di dare importanza a situazioni che non hanno rilevanza o non fanno statistica sulla pandemia. Certo, il numero dei positivi fa notizia, ma non han più una rilevanza enorme, grazie alla campagna vaccinale che ha avuto un peso importante».
I contro. Di parere opposto l’Ordine dei medici di Oristano: «Condividiamo la posizione del presidente della Federazione nazionale degli Ordini, Filippo Anelli, che ha espresso forte contrarietà alla revisione del metodo di conteggio dei ricoverati Covid. L’obiettivo di ridurre la curva pandemica e allentare la pressione sugli ospedali si realizzi non con espedienti numerici ma con misure pratiche, quali ad esempio le chiusure selettive».
Secondo l’Ordine «è importante capire che i pazienti ricoverati positivi al Covid, sia in area medica che in terapia intensiva, comunque li si conteggi contribuiscono a sovraccaricare gli ospedali».
E qui vengono i problemi: «I presidi di pronto soccorso sardi sono nuovamente in affanno - denuncia l’Ordine -. Spesso pazienti anche gravi non riescono ad essere trasferiti nei reparti dedicati nei tempi richiesti; e medici e infermieri che ci lavorano, numericamente insufficienti, sono ancora una volta allo stremo e si sentono soli».
C’è quindi un appello rivolto agli amministratori regionali affinché «nelle loro scelte tengano conto dell'incertezza che continua a persistere sullo sviluppo della pandemia, mettendo avanti a tutto la protezione dei soggetti fragili e l'operatività di tutto il sistema sanitario, a iniziare da quello ospedaliero. In questo modo, oltre che incrementando il livello di immunizzazione della popolazione, si potrà sperare di mantenere il numero dei ricoverati ad un livello sostenibile per poter liberare risorse umane e organizzative».
Dalla sua trincea cagliaritana, Sergio Marracini offre una lettura più ottimistica: «Il confronto tra l’anno scorso e quest’anno è totalmente a vantaggio della situazione attuale quest'anno. Se riusciamo a uscirne in maniera dignitosa anche questa volta, vuol dire che, tutto sommato, ce la siamo cavata bene».
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