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«Non ci accontentiamo mai è questo il nostro segreto»

«Non ci accontentiamo mai è questo il nostro segreto»

Francesco Bagi Sisini, nipote di Giorgio, è da anni alla guida della rivista Ora parla del carattere dello zio, dall’amore per l’isola a quello per la sua Sassari

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SASSARI. La Settimana Enigmistica ha attraversato con successo 90 anni, inutile fare l’elenco lunghissimo delle cose che sono cambiate in questi decenni, ma davvero poco è cambiato per la rivista. A Francesco Bagi Sisini, nipote del fondatore Giorgio (figlio della sorella Anoetta) da tempo alla guida della Settimana chiediamo se esiste una formula per questo successo?

«La formula è molto semplice ed è quella pensata dal suo fondatore, mio zio Giorgio, e poi consolidata nel secondo dopoguerra dai suoi collaboratori, Giancarlo Brighenti, Raoul de Giusti, Piero Bartezzaghi, Bruno Bozzoli – risponde Bagi Sisini – . La stessa fatta nostra all’indomani della sua morte: molto lavoro con altrettanta passione per il prodotto, senza mai accontentarsi del primo risultato, con una ricerca continua nel tentativo di offrire sempre il meglio. Il lettore viene infatti prima di tutto. Qualora esistesse una “formula” forse sarebbe proprio questa».

Come festeggerete questo importante compleanno?

«In maniera intima e riservata, vista la situazione. Per via del Covid, ognuno nella propria stanza! Faremo sicuramente un brindisi augurale e un pensiero sarà certamente rivolto a tutti quei collaboratori che non ci sono più e che ci hanno consentito di arrivare a questa data».

Quanta Sardegna c’è ancora nella vostra famiglia, come legami e tradizioni?

«Noi siamo “Sardi dentro”, come ama ricordare spesso mia moglie Pia Ardisson, anche lei sassarese. E questo vuol dire avere un rigore interiore e rispetto per gli altri di cui non si riesce a fare a meno con leggerezza. Chi è nato in Sardegna non può dimenticare le sue origini. Noi tutti siamo visceralmente attaccati a questa terra, lo era mia madre e lo siamo anche noi fratelli. Questo ci ha portato negli anni, ma già mio zio Giorgio si era mosso in questa direzione durante la sua vita istituendo fra le altre cose il premio “Parajo d’oro”, a mostrare particolare attenzione a tutto quello che di buono può essere fatto per la Sardegna. Ecco perché molte delle iniziative che abbiamo promosso con la nostra Fondazione in questo periodo particolarmente difficile l’hanno interessata. Mio zio aveva espresso anche la volontà d’esser sepolto a Sassari proprio perché era legatissimo alla sua città. In Sardegna abbiamo ancora degli affetti importanti, la nostra casa di famiglia e alcuni luoghi cui siamo molto legati».

Che uomo era Giorgio Sisini, ci può raccontare qualche ricordo?

«Di mio zio conservo ancora oggi, nonostante l’età, moltissimi ricordi anche perché lui era una persona che con il suo atteggiamento e il suo modo di concepire la vita non può che essere ricordata. Gli piaceva raccontare a noi nipoti della sua infanzia e dell’adolescenza passata in Sardegna come anche della nascita della “Settimana”, i sacrifici fatti al riguardo, ma sempre con uno spirito leggero e positivo senza mai una recriminazione da fare a nessuno. Sono stati tanti i problemi nel far uscire il giornale, come ci racconta la sua storia, ma lui li superò con coraggio guardando sempre avanti».

Qualche aneddoto?

«Ci vorrebbe molta carta per raccontarli, anche perché quando si mettono uno dietro l’altro si tratta di una vita intera. Se mi dovessero chiedere di connotare con poche parole il carattere di mio zio lo definirei semplicemente un’entusiasta della vita e di quello che faceva. Da ragazzo passavo sempre qualche settimana di vacanza con lui, solitamente nel mese di settembre. Poi, venuto a stare a Milano, la frequentazione si fece più assidua. Ricordo che ci incontravamo in ufficio e noi, io e mio fratello Andrea, spesso aspettavamo che finisse di correggere il giornale, o alcuni giochi, seduto nella sua scrivania illuminata dalla sola luce della lampada che teneva sul tavolo. Era un uomo molto simpatico, particolarmente buono e generoso. L’immagine del suo ricordo è strettamente legata a quella della moglie, zia Ida, una donna d’origini austriache che era costantemente al suo fianco e lo fu anche nei giorni in cui il marito pensò di far nascere il giornale. Lo ricordo sempre sorridente quando era con lei. Avevo poco più di vent’anni quando ci lasciò e ricordo che aveva continuato a lavorare fino a poche ore prima, tale era l’amore per la sua “Settimana”. E questo attaccamento lo ha trasmesso a tutti i suoi collaboratori e a me».

Ci può rivelare qual è il suo enigma preferito?

«Proprio perché è un enigma non sarebbe da rivelare però mi piace affermare senza esitazione che tutti i giochi della “Settimana” mi piacciono altrimenti non li pubblicherei. Li trovo tutti… intriganti, naturalmente ognuno a suo modo. Il Bersaglio, gli Incroci Obbligati, la Ricerca, un rebus tutti dànno al solutore grande soddisfazione. Certamente alcuni giochi ne danno di più. Penso a uno degli ultimi che abbiamo realizzato: la Fantasia di Parole Crociate, gioco particolarmente laborioso e come tale particolarmente appagante per chi lo risolve».

Sulle pagine della Settimana si sono alternati i grandi nomi dell’enigmistica com’è il rapporto tra mente creativa e redazione?

«I nostri collaboratori realizzano i loro lavori rispettando i paletti che sono stati dati loro dalla redazione. È da questo incontro che nascono i giochi pubblicati. Il tutto sempre con grande attenzione per il lettore, che deve ritrovarsi nel gioco che va a risolvere».

Come funzione la “cucina” redazionale: tempi, scelte...

«La “cucina” è sempre la stessa di quando ho iniziato cinquantaquattro anni fa anche se spesso gli ingredienti e gli strumenti sono cambiati. Non sono cambiati però la passione e la maniacalità necessari per un lavoro che rimane sempre altamente artigianale. Il giornale pur restando apparentemente immutato nella sua immagine e nei suoi tratti caratteristici è profondamente diverso nei contenuti rispetto al passato. Seppur gradatamente, il giornale cambia di settimana in settimana, per adeguarsi al mondo che ci circonda».

Pensa che il web sia un avversario temibile per la Settimana come per il resto della carta stampata?

«Il web ha determinato la crisi della carta stampata. Crisi che include tutta l’edicola, noi inclusi. Il cambiamento è epocale e ne dobbiamo prendere atto anche se per cercare di contrastarlo siamo stati fra i primi a essere presenti con un sito tutto nostro, “Aenigmatica”, già nel lontano 1996. Un anno prima abbiamo pubblicato “Il Blocco Enigmistico” che è poi diventato poi “Il Mese Enigmistico” nel 2016 e dal 2019, a complemento della “Settimana Enigmistica” tutte le estati esce “La Settimana Corta” per quelle persone cui la “Settimana” non basta. In libreria poi, dall’anno scorso è uscito “Bar Vacanze”, un libro di giochi nuovi e originali». (p.cu)

©RIPRODUZIONE RISERVATA.

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