Il quarto scrutinio, spesso decisivo
La soglia per l’elezione scende alla maggioranza assoluta: cambiano le cifre
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[FIRMA&LUOGO]di Giovanni Innamorati
<MC>ROMA
[TESTO]Il quarto scrutinio è spesso stato decisivo nelle elezioni del Presidente della Repubblica, con ben quattro presidenti eletti in questa votazione: si tratta di Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2006 e Sergio Mattarella nel 2015. Ma in altre occasioni è divenuto il momento che ha innescato l'impasse. La nostra Costituzione (articolo 83, comma 3) prevede alla quarta votazione, un abbassamento del quorum necessario ad eleggere il presidente della Repubblica: dai due terzi dei primi tre scrutini, alla maggioranza assoluta. L'occasione, nel corso delle 12 precedenti elezioni presidenziali, è stata usata in modi diversi, e con esiti diversi rispetto alle intenzioni.
Alcune volte si è tentata la «spallata» per eleggere il presidente a stretta maggioranza, in altre per eleggere in modo sicuro un candidato su cui c'era un consenso, evitando però il rischio dei franchi tiratori, come è avvenuto sette anni fa con Mattarella. Nel 1948, Alcide de Gasperi, propose come candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza, impallinato nei primi due scrutini dalla sinistra Dc, che propose il ministro del Bilancio Luigi Einaudi. Questi infatti era contrario al programma keynesiano della sinistra democristiana e dal Quirinale non lo avrebbe potuto impedire. De Gasperi prese atto e cambiò cavallo e così al quarto scrutinio Einaudi passò con 518 voti, quelli di tutta la maggioranza centrista. Dopo 65 anni lo schema fu ripetuto da Pierluigi Bersani, ma con un esito opposto. Nel 2013 il segretario del Pd si era accordato con Silvio Berlusconi per eleggere al primo scrutinio Franco Marini, ma i voti si fermarono a quota 521 sui 672 necessari. Bersani tentò allora di eleggere il Capo dello Stato a stretta maggioranza, candidando Romano Prodi al quarto scrutinio, ma i voti furono solo 395 rispetto ai 505 necessari. Di fronte all'impasse i partiti salirono in processione al Quirinale chiedendo il bis a Napolitano, eletto con 738 suffragi. L'elezione di Giovanni Gronchi nel 1955 è a metà strada tra Einaudi e quella di Napolitano nel 2013. Il segretario della Dc Amintore Fanfani candidò il presidente del Senato, Cesare Merzagora, ma al primo scrutinio circa 150 franchi tiratori lo fermarono. Al secondo scrutinio la sinistra scudocrociata votò il presidente della Camera Gronchi, che raggiunse quota 127 voti, che salirono a 281 nel terzo, superando i 245 di Merzagora. A quel punto, capendo che al quarto scrutinio anche i socialisti avrebbero sostenuto Gronchi, Fanfani cambiò cavallo e candidò ufficialmente il presidente della Camera che venne eletto con 658 suffragi. Le elezioni di Napolitano nel 2006 e quella di Mattarella nel 2015, entrambe al quarto scrutinio, furono segnate da una candidatura sostenuta da subito dalla maggioranza di governo.
<MC>ROMA
[TESTO]Il quarto scrutinio è spesso stato decisivo nelle elezioni del Presidente della Repubblica, con ben quattro presidenti eletti in questa votazione: si tratta di Luigi Einaudi nel 1948, Giovanni Gronchi nel 1955, Giorgio Napolitano nel 2006 e Sergio Mattarella nel 2015. Ma in altre occasioni è divenuto il momento che ha innescato l'impasse. La nostra Costituzione (articolo 83, comma 3) prevede alla quarta votazione, un abbassamento del quorum necessario ad eleggere il presidente della Repubblica: dai due terzi dei primi tre scrutini, alla maggioranza assoluta. L'occasione, nel corso delle 12 precedenti elezioni presidenziali, è stata usata in modi diversi, e con esiti diversi rispetto alle intenzioni.
Alcune volte si è tentata la «spallata» per eleggere il presidente a stretta maggioranza, in altre per eleggere in modo sicuro un candidato su cui c'era un consenso, evitando però il rischio dei franchi tiratori, come è avvenuto sette anni fa con Mattarella. Nel 1948, Alcide de Gasperi, propose come candidato il ministro degli Esteri Carlo Sforza, impallinato nei primi due scrutini dalla sinistra Dc, che propose il ministro del Bilancio Luigi Einaudi. Questi infatti era contrario al programma keynesiano della sinistra democristiana e dal Quirinale non lo avrebbe potuto impedire. De Gasperi prese atto e cambiò cavallo e così al quarto scrutinio Einaudi passò con 518 voti, quelli di tutta la maggioranza centrista. Dopo 65 anni lo schema fu ripetuto da Pierluigi Bersani, ma con un esito opposto. Nel 2013 il segretario del Pd si era accordato con Silvio Berlusconi per eleggere al primo scrutinio Franco Marini, ma i voti si fermarono a quota 521 sui 672 necessari. Bersani tentò allora di eleggere il Capo dello Stato a stretta maggioranza, candidando Romano Prodi al quarto scrutinio, ma i voti furono solo 395 rispetto ai 505 necessari. Di fronte all'impasse i partiti salirono in processione al Quirinale chiedendo il bis a Napolitano, eletto con 738 suffragi. L'elezione di Giovanni Gronchi nel 1955 è a metà strada tra Einaudi e quella di Napolitano nel 2013. Il segretario della Dc Amintore Fanfani candidò il presidente del Senato, Cesare Merzagora, ma al primo scrutinio circa 150 franchi tiratori lo fermarono. Al secondo scrutinio la sinistra scudocrociata votò il presidente della Camera Gronchi, che raggiunse quota 127 voti, che salirono a 281 nel terzo, superando i 245 di Merzagora. A quel punto, capendo che al quarto scrutinio anche i socialisti avrebbero sostenuto Gronchi, Fanfani cambiò cavallo e candidò ufficialmente il presidente della Camera che venne eletto con 658 suffragi. Le elezioni di Napolitano nel 2006 e quella di Mattarella nel 2015, entrambe al quarto scrutinio, furono segnate da una candidatura sostenuta da subito dalla maggioranza di governo.
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