Quirinale, alla fine ha vinto il buonsenso
L'elezione bis di Mattarella: l'abbiamo scampata bella in un Paese senza leader, con partiti raffazzonati dove è assente la politica
Dove eravamo rimasti? Alla fine del settennato, cioè quando si è tentato di «cambiare tutto perché nulla cambi» come scriveva Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. E meno male, aggiungo io, visto che alcuni partiti o movimenti come meglio li vogliate chiamare stavano giocando con il pallottoliere di candidati per mettere al posto di Sergio Mattarella nomi nuovi che non sono stati in grado di trovare. È vero che il Presidente aveva manifestato l’intenzione di non allungare il suo mandato. E chi lo conosce sa che era sincero. Non appartiene alla schiera dei cacciatori di poltrone. Per questo ieri ha detto: «Se serve ci sono anche se avevo altri piani».
Si chiama senso dello Stato. L’abbiamo scampata bella in un Paese senza leader, con partiti raffazzonati dove il grande assente è la politica. Questi giorni ci hanno confermato quello che noi pensiamo da tempo: la classe dirigente va ritrovata, va costruita, va riformata attorno a valori e principi persi nel tempo. Non serve essere nostalgici per capire che la corsa al Quirinale non è una kermesse olimpica ma un momento di grande rilievo per disegnare il futuro in un periodo in cui va cambiato il Paese.
Abbiamo assistito a un valzer di nomi, tutti bruciati, mai concordati tra un versante e l’altro. A cominciare da Silvio Berlusconi che ha annusato per primo l’aria irrespirabile che circolava dentro i palazzi del Parlamento e nelle sedi dei gruppi politici. Nessuno poteva garantire a nessuno una elezione se non frutto di un accordo bipartisan.
Gli italiani hanno visto attraversare sul jet set delle televisioni e sui giornali capi di partito pronti a lanciare terne di aspiranti presidenti con la presunzione di credere che uno di quei nomi avrebbe superato indenne le forche caudine dell’aula di Montecitorio. Siamo arrivati al paradosso di un annuncio solitario di Matteo Salvini, capo della Lega, cui si è aggiunto Giuseppe Conte condottiero di 5 stelle, di Elisabetta Belloni capo dei servizi segreti. Giorgia Meloni, regina dei Fratelli d’Italia, ha colto l’assist per dire che una donna poteva aspirare al Quirinale. Sì, una donna a capo delle spie di Stato. La candidatura è durata poche ore, per fortuna, perché nessuno è stato in grado di trovare consensi per una donna (e ce ne sono tante) in grado di fare il Presidente della Repubblica.
Molti cosiddetti leader hanno dimostrato di non avere l’esperienza per guidare i loro gruppi in una partita così delicata. Ci vogliono capacità di mediazione, altruismo politico, capire che in ballo non c’è l’attribuzione di un successo ma il futuro del Paese. Come si dice in gergo, la notte porta consiglio e la maggioranza che sostiene il governo Draghi (tutti meno la Meloni) ha capito che due grandi italiani potevano continuare a guidare l’Italia verso approdi economici, sociali e politici di rilievo.
La lezione che fuoriesce dall’aula di Montecitorio va analizzata e capita fino in fondo. Il Paese non è un affare che si può governare senza principi, senza strategie. Smettetela tutti di cercare il primo piano in tv, nelle Regioni e nei nostri medi e piccoli centri. Dobbiamo lavorare per garantire alle nuove generazioni (di cui tanto parlano gli uomini politici) un orizzonte sicuro, una scuola che formi sempre di più, una università che offra sbocchi veri ai laureati, una sanità che tuteli la salute. Sempre. Con o senza pandemia.
Sergio Mattarella ha dimostrato in questi sette anni che si può interpretare con successo il ruolo di un Presidente al di sopra delle parti. Ha fatto scelte importanti per il Paese, ha detto cose decisive sulla gestione del Covid, ha convinto Draghi ad accettare una missione difficile.
Mattarella incarna il politico che vorremmo vedere all’interno dei vari partiti: cioè uno che si muove per raggiungere l’obiettivo di migliorare la condizione dell’Italia. Non accetta pressioni né gli interessi di bottega.
Per questo siamo felici che il Parlamento alla fine abbia ritrovato il buonsenso sulla scelta di un binomio (Draghi resterà a Palazzo Chigi) che può spingere il Paese al di fuori della crisi. Non da soli ma con l’aiuto di chi riuscirà ad abbattere gli steccati (il consiglio è rivolto alla destra e alla sinistra) e si metterà in testa che bisogna riscoprire l’altruismo per sostenere cittadine e cittadini.
Per la Sardegna il nuovo Presidente è un simbolo. È venuto in visita a Cagliari e a Sassari, ha trascorso le vacanze estive a La Maddalena e ad Alghero. Con la Nuova Sardegna ha un rapporto speciale: ci ha scritto un intervento per i nostri 130 anni di vita. L’isola ha ancora bisogno del suo autorevole sostegno per uscire dalla crisi che perdura da tempo immemore.
Caro Presidente, le auguro buon lavoro con una frase di Nelson Mandela, lo storico leader del nuovo Sudafrica: «Niente è come tornare in un luogo rimasto immutato che ci fa scoprire quanto siamo cambiati».
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