Si scrive schwa si legge libertà dagli stereotipi
di Enrico Corrias *
È da qualche tempo che le mie parole non compaiono su queste pagine, da qualche tempo penso a cosa scrivere. Penso a come scrivere. Il tema che ho scelto oggi è l’importanza della narrazione. Già...
3 MINUTI DI LETTURA
È da qualche tempo che le mie parole non compaiono su queste pagine, da qualche tempo penso a cosa scrivere. Penso a come scrivere. Il tema che ho scelto oggi è l’importanza della narrazione. Già dall’antichità, e i greci ci son maestri, l’essere umano s’interroga su quanto e come la narrazione delle cose, quanto il dire degli enti muti l’esistenza stessa delle cose.
In che modo la cosa e il come dire la cosa s’avvicendano e si trasformano? La mia non vuol essere una mera speculazione filosofica che, oltre ad essere priva di fondamenti, sarebbe poco interessante. Così ora mi concentro sul proporvi un piccolo esperimento.
Parlo agli insegnanti che mi leggono, agli studenti e a chiunque impugni una penna per professione o per diletto. Da qualche tempo una nostra intellettuale, nostra perché con lei condividiamo l’isola natia, propone nei suoi articoli e nei suoi libri l’utilizzo dello schwa. Con questa parola che di certo non è un mostro, chi si spaventa solamente nel vederla o leggerla può già voltar pagina, s’intende il segno grafico della e rovesciata che in questo testo, visto che non c’è ancora a disposizione nel sistema, sostituirò con un asterisco. Lo schwa (si pronuncia sciuà) servirebbe per evitare d’usare indiscriminatamente il maschile inclusivo. Quindi se avessi voluto utilizzarlo avrei scritto: ragazz*, insegnanti – qui non s’utilizzerebbe, essendo un participio presente e spero qualcuno non osi cercare di renderlo neutro: lo è già – , avete mai pensato ad utilizzare lo schwa nei vostri temi? Non in tutti, non sempre. Ma se io fossi un insegnante sperimenterei nuove modalità di narrazione più inclusive.
E voi giornalisti di professione? Voi che ne pensate? Sarei così curioso di saperlo. Vorrei parlarne, sì mi piacerebbe parlarne con chi di parole se ne intende. Il punto su cui mi voglio soffermare non è il cambiamento radicale e repentino dell’italiano ma la capacità che tutt* noi dovremmo avere di studiare le novità della lingua, senza aprioristici muri. Tutte le lingue si trasformano e mutano, i significati delle parole mutano e si trasformano, gli aggettivi i sostantivi e qualsiasi altro elemento morfologico col passare del tempo, con l’usura delle penne, col versarsi dell’inchiostro, col muoversi delle labbra si muove verso nuove coste. Noi vediamo il linguaggio come qualcosa di statico, un insieme di regole che da piccol* ci insegnano. Ma non è così, non lo è affatto. Ho tanto pensato se utilizzare la piccola e rovesciata potesse arricchire i miei scritti o se, al contrario, li potesse renderli difficili da leggere. E sono arrivato alla conclusione che non m’importa. Ho pensato molto a cosa scrivere e a come farlo. Ed ho scelto lo schwa. A qualcun* piacerà. Ad altr* no.
*Enrico frequenta il Liceo Azuni di Sassari
In che modo la cosa e il come dire la cosa s’avvicendano e si trasformano? La mia non vuol essere una mera speculazione filosofica che, oltre ad essere priva di fondamenti, sarebbe poco interessante. Così ora mi concentro sul proporvi un piccolo esperimento.
Parlo agli insegnanti che mi leggono, agli studenti e a chiunque impugni una penna per professione o per diletto. Da qualche tempo una nostra intellettuale, nostra perché con lei condividiamo l’isola natia, propone nei suoi articoli e nei suoi libri l’utilizzo dello schwa. Con questa parola che di certo non è un mostro, chi si spaventa solamente nel vederla o leggerla può già voltar pagina, s’intende il segno grafico della e rovesciata che in questo testo, visto che non c’è ancora a disposizione nel sistema, sostituirò con un asterisco. Lo schwa (si pronuncia sciuà) servirebbe per evitare d’usare indiscriminatamente il maschile inclusivo. Quindi se avessi voluto utilizzarlo avrei scritto: ragazz*, insegnanti – qui non s’utilizzerebbe, essendo un participio presente e spero qualcuno non osi cercare di renderlo neutro: lo è già – , avete mai pensato ad utilizzare lo schwa nei vostri temi? Non in tutti, non sempre. Ma se io fossi un insegnante sperimenterei nuove modalità di narrazione più inclusive.
E voi giornalisti di professione? Voi che ne pensate? Sarei così curioso di saperlo. Vorrei parlarne, sì mi piacerebbe parlarne con chi di parole se ne intende. Il punto su cui mi voglio soffermare non è il cambiamento radicale e repentino dell’italiano ma la capacità che tutt* noi dovremmo avere di studiare le novità della lingua, senza aprioristici muri. Tutte le lingue si trasformano e mutano, i significati delle parole mutano e si trasformano, gli aggettivi i sostantivi e qualsiasi altro elemento morfologico col passare del tempo, con l’usura delle penne, col versarsi dell’inchiostro, col muoversi delle labbra si muove verso nuove coste. Noi vediamo il linguaggio come qualcosa di statico, un insieme di regole che da piccol* ci insegnano. Ma non è così, non lo è affatto. Ho tanto pensato se utilizzare la piccola e rovesciata potesse arricchire i miei scritti o se, al contrario, li potesse renderli difficili da leggere. E sono arrivato alla conclusione che non m’importa. Ho pensato molto a cosa scrivere e a come farlo. Ed ho scelto lo schwa. A qualcun* piacerà. Ad altr* no.
*Enrico frequenta il Liceo Azuni di Sassari
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google