La Nuova Sardegna

Culle vuote in Sardegna: «Lavoratori senza diritti, per questo non si fanno figli»

di Alessandro Pirina
Culle vuote in Sardegna: «Lavoratori senza diritti, per questo non si fanno figli»

Una coppia racconta il calvario quotidiano tra turni massacranti e asilo nido

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SASSARI. L’emergenza culle vuote è una costante di quest’epoca. Ormai da anni in Sardegna si registra una crisi delle nascite che fa temere per il futuro, anche a breve termine. Numeri drammatici, sempre accompagnati dal segno meno e ormai in doppia cifra, a cui fanno seguito appelli alla politica, provvedimenti finalizzati a favorire la natalità, interventi delle massime cariche istituzionali - solo in quest’ultima settimana ne hanno parlato Papa Francesco e il presidente Mattarella. Ma quasi sempre quelle parole rimangono parole e l’essere genitore resta una missione impossibile. Ne sanno qualcosa Marco e Monica (nomi di fantasia per evitare ritorsioni sul posto di lavoro), coppia sassarese con una bambina di un anno e mezzo, che due giorni fa, di fronte agli ultimi dati che vedono le province sarde in cima alla classifica della crisi delle nascite, hanno scritto alla Nuova: «ve lo spieghiamo noi perché oggi non è possibile fare figli».

Marco lavora per una azienda di trasporti, Monica in una struttura sanitaria. Due professioni che comportano turni e orari massacranti, ma sono comunque due stipendi, cosa su cui al giorno d’oggi non tutti possono contare. Nel 2020 decidono di avere un figlio, consapevoli che la genitorialità sarà una rivoluzione per loro vite. E così sarà. Il primo anno tutto fila liscio, perché il diritto alla maternità permette alla madre di stare accanto al figlio e al padre di lavorare senza problemi. Ma allo scattare del primo compleanno la situazione cambia, perché Monica, per avere uno stipendio al cento per cento, deve tornare al lavoro. «Possiamo permetterci un figlio solo se gli stipendi rimangono tali», spiega Marco, che gioca d’anticipo, e già qualche mese prima del compleanno della bambina, chiede all’azienda di avere un turno fisso. Ma la risposta è negativa. «Mi dicono che non è possibile – racconta Marco –. Eppure la legge prevede che i turni agevolati possano essere concessi per motivi di salute, di studio e di famiglia – racconta Marco –. Ma li danno solo per i primi, i motivi di famiglia non vengono presi in considerazione».

Di fronte al no dell’azienda Marco deve continuare a osservare i turni spalmati su tutta la giornata, dall’alba a notte inoltrata. E nel frattempo anche Monica è ritornata al suo lavoro, anche per lei turni massacranti - anche se per ora è stata esonerata da quello notturno - che spesso coincidono con quelli del marito. «Stiamo vivendo un calvario – dice ancora Marco –. Spesso ci ritroviamo tutti e due al mattino, o tutti e due la sera. E chi ne fa la spese è la nostra bambina. L’abbiamo iscritta al nido, paghiamo 650 euro al mese in un asilo che almeno resta aperto fino alle 18, ma alla fine riusciamo a portarla una volta, massimo due alla settimana. Se io e mia moglie siamo tutti e due al lavoro chi la può accompagnare? E così quando è fattibile la porto da mia madre, che vive tra l’altro in un’altra località, la mattina alle 7 e vado a riprenderla la sera anche dopo le 9 di sera. La bambina ha solo un anno e mezzo, ma si vede che lei di questa situazione ne soffre». Marco tira fuori tutte le lettere inviate al ministero, al garante dell’infanzia, alla consigliera di pari opportunità. «Ci stiamo rivolgendo a tutti – dice –. Ho chiesto l’esonero notturno, ma niente. Ho chiesto un turno fisso, ma niente. Ho chiesto di avere almeno il diritto ai turni opposti con mia moglie per accompagnare e riprendere nostra figlia al nido, ma ancora niente. Le leggi ci sono ma non vengono rispettate e noi ogni giorno siamo costretti a inventarci qualcosa per riuscire a fare conciliare il nostro lavoro con le nostre vite e soprattutto con quella di nostra figlia». Marco e Monica sono giovani e vorrebbero anche ingrandire la famiglia, ma per ora lo escludono. «Magari avere un altro figlio – esclama Marco –. Ma a quel punto con due bambini dovrei licenziarmi. Purtroppo oggi in Italia, e ancora di più in Sardegna, non ci sono le condizioni per fare figli. Se ci fossero almeno gli asili aziendali potremmo anche pensarci, ma qui non ce n’è. Ora capite perché in Sardegna si fanno così pochi figli?».

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