Odissea al pronto soccorso: lettini lungo il corridoio
di Luigi Soriga
Al Ss. Annunziata arrivano da tutto il nord Sardegna: la struttura non regge
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SASSARI. Appena si spalanca la porta, l’impressione è quella di un pronto soccorso di guerra, inondato di feriti e con scarsi mezzi per assisterli. Ma che allo stesso tempo fa di tutto, compresi i miracoli, per prendersi cura di chiunque bussi alla porta della sanità.
La fila di barelle parcheggiate una dietro l’altra, su ambo i lati del corridoio, fa impressione. Sono tutti pazienti in attesa di essere visitati, che stazionano per ore nell’area pulita. Ne dovranno aspettare anche dieci, anche se hanno un codice giallo, perché i due medici in turno l’unica cosa che non sono riusciti a fare è quella di moltiplicarsi. Quindi materialmente non sono in grado di smaltire un numero di accessi insostenibile per il pronto soccorso di Sassari.
E così attorno alle 18 di ieri il monitor che in tempo reale visualizza la gestione dei pazienti, fotografava questa situazione: 3 codici rossi, 12 gialli già in visita ma altri 18 in attesa. E ancora 3 codici verdi già in carico ma altri 21 che dovranno aspettare come minimo 12 ore prima di essere visti da un medico. E in questo scenario surreale, dove basterebbero altri due codici rossi per far ulteriormente collassare la macchina dell’emergenza, la direzione sanitaria è dovuta correre ai ripari. A metà serata ha inviato la richiesta ad Areus 118 di dirottare alcuni codici verdi a Ozieri, perché in quel presidio la situazione è decisamente più tranquilla. Sassari invece ormai è da settimane fuori giri, prima per il sovraccarico di pazienti covid (ha dovuto gestire anche 60 ricoveri) e adesso per l’onda lunga delle patologie ordinarie, che da qualche giorno hanno ripreso ad abbattersi sull’ospedale. Anzi, con il diminuire dei contagi è proprio la zona pulita del pronto soccorso a finire sotto assedio ed andare in sofferenza. E il serpentone di lettighe che si allunga nel corridoio è l’esatta fotografia di questo evolversi dell’emergenza.
Anche i consiglieri regionali e i parlamentari sardi Desirè Manca (M5s), e poi Gianfranco Ganau, Gianfranco Satta e Gavino Manca (Progressisti), e ancora Ettore Licheri e Mario Perantoni (M5s) che ieri mattina a mezzogiorno hanno fatto un sopralluogo nel pronto soccorso di Sassari, sono rimasti sbalorditi. Una cosa è sapere che esistono criticità, un’altra è vederle con i propri occhi. La coordinatrice della struttura, la dottoressa Maria Piera Ruggiu, spiega: «Da noi arrivano pazienti da tutto il nord Sardegna, da Olbia, da Nuoro, ma talvolta anche dal sud dell’isola. Il personale è parametrato per le esigenze del nostro territorio, ma non può coprire un bacino di utenza così esteso. Inoltre anche la logistica è datata, i locali sono stati concepiti molti anni fa e non sono più adatti alla gestione attuale dell’emergenza. In più noi accogliamo pazienti ordinari ma anche e soprattutto, almeno sino a qualche settimana fa, i pazienti covid. E questa anomalia ha stravolto tutta la nostra attività e il nostro consueto modo di operare, che dovrebbe essere quello di prendere in carico un paziente critico, stabilizzarlo e poi assegnarlo ad un reparto o mandarlo a casa». I numeri li snocciolano il direttore generale dell’Aou Antonio Lorenzo Spano e il direttore sanitario Franco Bandiera: «Le forze in campo comprendono 20 medici, 42 infermieri, 20 oss e 20 ausiliari, e l’organico sarebbe anche sufficiente se la situazione fosse normale. Invece ci troviamo a gestire mediamente 100 accessi al giorno, ma con giornate anche da 140 e picchi da 170. Parliamo non solo di pazienti di una certa gravità, che sarebbe l’utenza che compete questo hub, ma di moltissimi casi più semplici che dovrebbero essere presi in carico dalle strutture del territorio, che invece danno un contributo assolutamente marginale. In più nella fase omicron più acuta ci siamo ritrovati con 100 sanitari positivi, dei quali 8 medici e 12 infermieri del pronto soccorso. Capite bene i salti mortali che la dottoressa Ruggiu e la sua equipe ha dovuto fare e fa ancora. Con enorme sacrificio siamo riusciti a evitare le code di ambulanze che si vedono a Cagliari e in altri presìdi, perché finora gestiamo i malati dentro l’ospedale. Ma la fila di barelle nei corridoi è l’inevitabile conseguenza di questa scelta. Perché non disponiamo degli spazi adeguati».
La fila di barelle parcheggiate una dietro l’altra, su ambo i lati del corridoio, fa impressione. Sono tutti pazienti in attesa di essere visitati, che stazionano per ore nell’area pulita. Ne dovranno aspettare anche dieci, anche se hanno un codice giallo, perché i due medici in turno l’unica cosa che non sono riusciti a fare è quella di moltiplicarsi. Quindi materialmente non sono in grado di smaltire un numero di accessi insostenibile per il pronto soccorso di Sassari.
E così attorno alle 18 di ieri il monitor che in tempo reale visualizza la gestione dei pazienti, fotografava questa situazione: 3 codici rossi, 12 gialli già in visita ma altri 18 in attesa. E ancora 3 codici verdi già in carico ma altri 21 che dovranno aspettare come minimo 12 ore prima di essere visti da un medico. E in questo scenario surreale, dove basterebbero altri due codici rossi per far ulteriormente collassare la macchina dell’emergenza, la direzione sanitaria è dovuta correre ai ripari. A metà serata ha inviato la richiesta ad Areus 118 di dirottare alcuni codici verdi a Ozieri, perché in quel presidio la situazione è decisamente più tranquilla. Sassari invece ormai è da settimane fuori giri, prima per il sovraccarico di pazienti covid (ha dovuto gestire anche 60 ricoveri) e adesso per l’onda lunga delle patologie ordinarie, che da qualche giorno hanno ripreso ad abbattersi sull’ospedale. Anzi, con il diminuire dei contagi è proprio la zona pulita del pronto soccorso a finire sotto assedio ed andare in sofferenza. E il serpentone di lettighe che si allunga nel corridoio è l’esatta fotografia di questo evolversi dell’emergenza.
Anche i consiglieri regionali e i parlamentari sardi Desirè Manca (M5s), e poi Gianfranco Ganau, Gianfranco Satta e Gavino Manca (Progressisti), e ancora Ettore Licheri e Mario Perantoni (M5s) che ieri mattina a mezzogiorno hanno fatto un sopralluogo nel pronto soccorso di Sassari, sono rimasti sbalorditi. Una cosa è sapere che esistono criticità, un’altra è vederle con i propri occhi. La coordinatrice della struttura, la dottoressa Maria Piera Ruggiu, spiega: «Da noi arrivano pazienti da tutto il nord Sardegna, da Olbia, da Nuoro, ma talvolta anche dal sud dell’isola. Il personale è parametrato per le esigenze del nostro territorio, ma non può coprire un bacino di utenza così esteso. Inoltre anche la logistica è datata, i locali sono stati concepiti molti anni fa e non sono più adatti alla gestione attuale dell’emergenza. In più noi accogliamo pazienti ordinari ma anche e soprattutto, almeno sino a qualche settimana fa, i pazienti covid. E questa anomalia ha stravolto tutta la nostra attività e il nostro consueto modo di operare, che dovrebbe essere quello di prendere in carico un paziente critico, stabilizzarlo e poi assegnarlo ad un reparto o mandarlo a casa». I numeri li snocciolano il direttore generale dell’Aou Antonio Lorenzo Spano e il direttore sanitario Franco Bandiera: «Le forze in campo comprendono 20 medici, 42 infermieri, 20 oss e 20 ausiliari, e l’organico sarebbe anche sufficiente se la situazione fosse normale. Invece ci troviamo a gestire mediamente 100 accessi al giorno, ma con giornate anche da 140 e picchi da 170. Parliamo non solo di pazienti di una certa gravità, che sarebbe l’utenza che compete questo hub, ma di moltissimi casi più semplici che dovrebbero essere presi in carico dalle strutture del territorio, che invece danno un contributo assolutamente marginale. In più nella fase omicron più acuta ci siamo ritrovati con 100 sanitari positivi, dei quali 8 medici e 12 infermieri del pronto soccorso. Capite bene i salti mortali che la dottoressa Ruggiu e la sua equipe ha dovuto fare e fa ancora. Con enorme sacrificio siamo riusciti a evitare le code di ambulanze che si vedono a Cagliari e in altri presìdi, perché finora gestiamo i malati dentro l’ospedale. Ma la fila di barelle nei corridoi è l’inevitabile conseguenza di questa scelta. Perché non disponiamo degli spazi adeguati».
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