L’analisi dell’esperto Eliseo Bertolasi
«Questa è la fase conclusiva del conflitto iniziato anni fa»
SASSARI. «Per Kiev è stato un errore irreparabile non procedere alla realizzazione degli accordi di Minsk sulla questione del Donbass. Ha ragione Maria Zakharova quando dice che questa azione...
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SASSARI. «Per Kiev è stato un errore irreparabile non procedere alla realizzazione degli accordi di Minsk sulla questione del Donbass. Ha ragione Maria Zakharova quando dice che questa azione militare deve concludere una guerra iniziata 8 anni fa». Ne è convinto Eliseo Bertolasi che all’Università di Sassari ha iniziato un percorso accademico che lo ha portato a diventare dottore di ricerca in Antropologia culturale e corrispondente in Italia per diverse testate russe, anche dal Donbass: «Mi sorprende che in questi giorni si parli solo dell’aggressione dell’esercito russo. Per otto anni la stessa attenzione non è mai stata offerta alla guerra tra l’Ucraina e le autoproclamate repubbliche del Donbass e del Lugansk, eppure ci sono state migliaia di vittime tra i civili. Non si è mai parlato della terribile strage di Odessa del 2014 nella casa dei sindacati – ricorda Bertolasi –, quando vennero trucidate 48 persone. Non c’è mai stata alcuna indagine, nessun processo e nessuna responsabilità è mai stata accertata». Eppure, la matrice era chiara: quasi 50 persone che protestavano contro il “nuovo” governo ucraino erano state assassinate da gruppi armati di matrice nazionalista e neonazista. Un fatto che potrebbe spiegare l’obiettivo russo dichiarato poco prima dello scoppio della guerra: denazificare e demilitarizzare l’Ucraina. «La guerra non è mai una risposta – continua Bertolasi – e prima finisce, meglio è. Però poteva essere evitata, questo sì. Sarebbe bastato rispettare gli accordi di Minsk concentrandosi sulla nascita di uno stato federale e concedendo maggiore autonomia alla repubbliche separatiste. Invece ha vinto la spinta ipernazionalista nata dopo i fatti di piazza Majdan. Una delle basi dell’antropologia politica definisce il nazionalismo come un processo in grado di rafforzare un Paese e l’ipernazionalismo come un processo che può distruggere lo stesso Paese». A sostegno della tesi russa, poi, ci sono anche diversi passaggi pubblici, come quello del deputato Evgenij Rybchinskij, che nel 2018 definì “scarafaggi” gli abitanti delle due repubbliche separatiste: «E poi c’è Puntin che, davanti alla continua militarizzazione dell’Ucraina e alla possibilità d’ingresso nella Nato, ha iniziato a chiedere spiegazioni alla stessa Nato sull’evidente possibile pressione sui suoi confini – spiega ancora Bertolasi –. Non ricevendo alcuna risposta e riscontrando un aumento delle forniture belliche all’Ucraina, ha pensato che l’occidente stesse attraversando l’ennesima linea rossa. Noi non lo capiamo ma questa per Putin è una questione di sicurezza nazionale, di cui deve rispondere al suo Paese facendo gli interessi del suo popolo». Sulle previsioni, però, Bertolasi non si sbilancia: «Impossibile dire quando finirà la guerra. Credo che Putin si fermerà quando avrà centrato i due obiettivi: demilitarizzare e denazificare l’Ucraina. Che questo possa accadere dopo un’invasione totale oppure dopo aver deposto l’attuale governo credo che lo sappiano in pochi. Noi possiamo solo fare ipotesi». (c.z.)
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