La Nuova Sardegna

Ricostruito il volto di uno dei giovani nuragici sepolti a Mont’e Prama

di Paolo Camedda
Ricostruito il volto di uno dei giovani nuragici sepolti a Mont’e Prama

Studi sulle ossa trovate nella necropoli del Sinis. Il bioarcheologo Bonoli: «Locali, tra 15 e 30 anni e con segni di forti stress»

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CABRAS. «Erano giovani fra i 15 e i 30 anni, tutti maschi, tutti morti precocemente, con uno stress importante avuto alla fine dell’infanzia e con caratteristiche del Dna che si riscontrano nelle popolazioni sarde del Neolitico, dell’età nuragica e in percentuale più bassa fra i sardi di oggi». Grazie agli studi biologici applicati sui resti di Mont’e Prama, gli studiosi hanno individuato nuovi preziosi elementi sul mistero dei Giganti. A svelarli nel corso del convegno scientifico, dal titolo: "Bioarcheologia a Mont’e Prama”, un approccio multidisciplinare", tenutosi ieri sera nel centro polivalente di via Tharros, sono stati Salvatore Rubino, Luca Bonoroli e Raimondo Zucca. L’evento è stato il momento clou della prima giornata di “Verso Archeologika 2022”, la due giorni promossa nel centro lagunare dall’assessorato regionale al Turismo e dalla Fondazione Mont’e Prama, per introdurre la grande manifestazione di Cagliari. «La Bioarcheologia - ha spiegato Luca Bonoroli - può essere definita come lo studio biologico di noi stessi attraverso lo studio biologico dei nostri antenati e dei loro consimili (animali, piante, etc.). Nell’analisi degli scheletri e dei resti rinvenuti a Mont’e Prama ci siamo chiesti: sono tutti maschi? Che età hanno? Hanno subito degli stress significativi nella loro esistenza? Sono nati dove sono stati sepolti?».

A queste domande la bioarcheologia ha fornito non una risposta completa, ma «buone considerazioni» che segnano sicuramente un passo avanti importante nella ricerca. Grazie allo studio biologico dei denti, è stato così possibile determinare che tutti gli scheletri analizzati appartenevano a soggetti di sesso maschile con un’età compresa fra i 15 e i 30 anni. Non solo. L’esame istologico degli stessi denti ha permesso di rilevare dei segni indicatori di un periodo di stress significativo nella loro esistenza, collocato attorno ai 12 anni. Per rispondere alla domanda se questi individui appartenessero alla comunità locale o fossero immigrati da altri luoghi, gli studiosi si sono affidati quindi all’analisi degli isotopi radiogenici dello stronzio. Questo esame ha rivelato che si tratta in netta prevalenza di individui locali. L’esame del Dna antico, prelevato dalla rocca petrosa (un osso del cranio) e dai denti, e rinvenuto in 10 dei 16 scheletri ritrovati a Mont’e Prama, ha dimostrato che i soggetti sepolti in quell’area avevano in larga maggioranza caratteristiche genetiche riscontrabili nei sardi del Neolitico e dell’età nuragica, e presenti, in percentuale più ridotta, fra la popolazione sarda di oggi. Sempre il Dna ha anche detto che fra coloro che sono stati sepolti sulla collina del Sinis, non esistevano legami di parentela per via materna. Grazie ad un cranio rinvenuto compatto nella tomba A e al lavoro di professor Vittorio Mazzarello e della dottoressa Manuela Uras, in collaborazione con un centro specialistico inglese in cui vengono fatte anche le ricostruzioni per il riconoscimento di cadaveri, si è infine arrivati ad una ricostruzione facciale. «Gli studi biologici - ha affermato l’archeologo Raimondo Zucca - hanno fornito dati preziosissimi per il futuro e fanno cadere una delle ipotesi che negli anni erano state avanzate, ovvero che si potesse trattare di un gruppo familiare esteso. Le indagini proseguiranno per dare risposte ai tanti quesiti ancora senza soluzione».
 

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