Un lasciapassare per «gli amici sardi»
A un check point la felicità di un soldato ucraino che aveva studiato a Cagliari
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RAVA RUSKA (UCRAINA). Alla frontiera tra Ucraina e Polonia c’è il caos. I polacchi pretendono di vedere i passaporti ogni dieci metri. Dall’altra parte della frontiera, dove c’è la guerra, il rito del “chi siete”, del “dove andate” è continuo, ossessivo. Manca solo la perquisizione personale, dopo che i soldati hanno frugato in ogni angolo dell’autobus che porta sul parabrezza i Quattro Mori orgoglio di Sardegna, oltre il filo spinato.
Per fortuna c’è Oleg che oggi è “un soldato” dopo essere stato studente universitario a Cagliari, alcuni anni fa. Quel passato in terra sarda è decisivo. Per il ragazzotto in divisa, è la storia ad aver riavviato un’inimmaginabile macchina del tempo. Si commuove. Evviva, è stato lo splendido accento che dovunque “noi sardi” ci portiamo appresso, a farlo sentire di nuovo quasi a casa. È solo lui a far saltare alla colonna della solidarietà, due degli otto posti di blocco consecutivi. Oleg è smarrito nel raccontare l’eco cupo della battaglia, nel suo Paese. In inglese descrive devastazioni, cadaveri e macerie. Strizza gli occhi dopo ogni parola: vorrebbe cosi resettare quei ricordi freschi. È impossibile e allora si concentra sul lasciapassare riservato “ai miei amici”.
La corsia preferenziale taglia di netto due ore abbondanti. Passare pute, dice Oleg. Ma il peggio sarà il viaggio d’uscita dall’Ucraina. Nuovi soldati, molto meno disposti di Oleg, controllano e ricontrollono i documenti dei proughi con un puntiglio indisponente.
Alle 22.30 il check point chiude, ma alla pattuglia interessa poco. Saranno altre sei ore di fila. Prima della grande festa, in terra polacca. Per tutti i bambini c’e un pelouche in regalo. Una coperta per le mamme. Danilo Pes, il capo spedizione per la logistica, grida: «Ce l’abbiamo fatta, incredibile». Fa la conta degli ottanta passeggeri, che il medico Luigi Cadeddu visita uno alla volta. Niente da segnalare, è la diagnosi finale. Ultimo timbro sul passaporto della libertà. (u.a.)
Per fortuna c’è Oleg che oggi è “un soldato” dopo essere stato studente universitario a Cagliari, alcuni anni fa. Quel passato in terra sarda è decisivo. Per il ragazzotto in divisa, è la storia ad aver riavviato un’inimmaginabile macchina del tempo. Si commuove. Evviva, è stato lo splendido accento che dovunque “noi sardi” ci portiamo appresso, a farlo sentire di nuovo quasi a casa. È solo lui a far saltare alla colonna della solidarietà, due degli otto posti di blocco consecutivi. Oleg è smarrito nel raccontare l’eco cupo della battaglia, nel suo Paese. In inglese descrive devastazioni, cadaveri e macerie. Strizza gli occhi dopo ogni parola: vorrebbe cosi resettare quei ricordi freschi. È impossibile e allora si concentra sul lasciapassare riservato “ai miei amici”.
La corsia preferenziale taglia di netto due ore abbondanti. Passare pute, dice Oleg. Ma il peggio sarà il viaggio d’uscita dall’Ucraina. Nuovi soldati, molto meno disposti di Oleg, controllano e ricontrollono i documenti dei proughi con un puntiglio indisponente.
Alle 22.30 il check point chiude, ma alla pattuglia interessa poco. Saranno altre sei ore di fila. Prima della grande festa, in terra polacca. Per tutti i bambini c’e un pelouche in regalo. Una coperta per le mamme. Danilo Pes, il capo spedizione per la logistica, grida: «Ce l’abbiamo fatta, incredibile». Fa la conta degli ottanta passeggeri, che il medico Luigi Cadeddu visita uno alla volta. Niente da segnalare, è la diagnosi finale. Ultimo timbro sul passaporto della libertà. (u.a.)
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