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La rabbia dei soldati russi al fronte

La rabbia dei soldati russi al fronte

Le telefonate a casa: «Putin ci ha traditi, ci mandano a morire»

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[FIRMA&LUOGO]di Mattia Bernardo

Bagnoli

<MC>LEOPOLI

[TESTO]«La tv ci sta fottendo e noi la beviamo». Valera è un giovane soldato russo. Ha i capelli corti, siede su un poltroncina da ufficio. Dietro di lui campeggia la bandiera ucraina. In mano tiene un telefono e parla con la sua famiglia in Russia. Le forze ucraine lo hanno fatto prigioniero e lo registrano mentre racconta la «sua» verità. Ovvero che questa è una guerra sporca.
Altro che liberazione dai neonazisti, come va dicendo il Cremlino. «La mia compagnia, la N6, non esiste più, e neanche il nostro tenente esiste più. È una carneficina mamma, 9.000 ragazzi sono morti in 8 giorni, suonano sempre le sirene, i nostri bombardano le città».
Valera parla con la madre. Lui come tutti gli altri che vengono ripresi. Poi i video vengono pubblicati sul web dagli ucraini e rimbalzano nelle chat, in Russia. Forse è una delle ragioni principali per cui Mosca sta cercando di oscurare i social (che però continuano a girare grazie alle Vpn, seppur più lentamente).
E dall'altro capo del filo dicono tutte le stesse cose: sei ferito, ti trattano bene, quando torni a casa. La sbornia nazionalista monta, in Russia, con la Z, il simbolo dell'invasione, che fa capolino sulle magliette. I soldati, per loro, sono figli della Patria.
Ma prima di ogni altra cosa sono i figli delle madri. E al telefono crollano, imprecano contro chi li ha mandati allo sbaraglio. «I nostri stanno bombardano i civili, Putin ci ha traditi, capisci? Ci ha fregati», frigna Valera. Sarà vero? Domanda lecita. In guerra la comunicazione è un’arma e non si può escludere che gli ucraini combattano anche con la contro-propaganda.
Si può dire che Valera non è il solo. Un altro soldato, al telefono col padre, racconta più o meno la stessa storia. «Qui succede un casino, i civili muoiono, i bambini muoiono, le bellissime città vengono distrutte. No, per carità, non mi passare la mamma, non lo fare!». Ma non c'è verso. Ti trattano bene? Quando torni? «Non lo so, i nostri vengono mandati qui per combattere non si sa per cosa, ci mandano qui a morire per niente, sono morti così tanti ragazzi...».

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