Un foglio bianco e un pastello per ricominciare a vivere
di Umberto Aime
Ultima tappa della “fuga” in Sardegna per ottanta piccoli profughi del Donbass Oggi l’arrivo a Olbia e il trasferimento a Cagliari. Organizzata una piccola festa
3 MINUTI DI LETTURA
INVIATO A LIVORNO. Come se fosse il primo giorno di scuola. Bambini e bambine, ragazzi e ragazze, “con un disegno, qualunque disegno, raccontate le vostre esperienze, quelle più recenti”. Sull’autobus bianco della solidarietà la proposta è accolta con entusiasmo: fogli e matite colorate ci saranno per tutti. Dopo venti ore di viaggio, piccoli e giovani profughi, fuggiti dall’Ucraina invasa, non sono per nulla fiaccati dalla stanchezza. Il bianco su bianco avrà vita breve, molto breve. Trascorre mezz’ora e i compiti in classe sono belli che pronti. Alexander, 12 anni, ha tratteggiato un carrarmato, campeggiato da una «Z», marchio indelebile delle truppe russe di occupazione, che spara sulle case, sulla gente. Tutt’attorno è l’esplosione di «boom» a grappolo: i fumetti hanno lo sfondo rosso sangue. È il manifesto della guerra, vista da occhi innocenti che avevano il diritto di rimanere tali. Con le tinte dell’azzurro, Catarina, sette anni compiuti, ha dato il colore della speranza, del cielo, a una casa, quella dei nonni, abbandonata in fretta e furia all’indomani dei primi bombardamenti, tredici giorni fa, sulle città del Sud-Est ucraino. Chissà se la costruzione di due piani in campagna, col tetto spiovente e il granaio di lato, esiste ancora, oppure, nel frattempo, è finita abbattuta da qualche missile sparato alla cieca. Qualunque cosa sia accaduto, sia chiaro, i ricordi dell’infanzia, i più belli, mai da altri potranno essere ridotti in macerie. Dimitri, 15 anni, un genietto in matematica, la sua opera prima l’ha dedicata invece a due autobus, uno bianco, l’altro rosso. Partiti dalla Sardegna, giovedì scorso, l’hanno caricato su, salvandolo dalla condanna di passare chissà quante notti all’addiaccio. Dove? In uno dei troppi campi profughi, sono oltre cento, sparsi da giorni a ridosso della terra di nessuno, appena al di là della linea di fuoco.
In una settimana e mezzo, il censimento al ribasso dell’Onu ha certificato finora due milioni di sfollati. Scappati dall’orrore in auto, treno, a piedi e anche negli autobus arrivati da lontano, com’e stato per Dimitri. Questi disegni, a tema libero, non hanno riempito un primo giorno di scuola, ma l’ultimo della colonna umanitaria: Tricolore e Bandiera della Sardegna sul parabrezza. Sono capolavori, non frutto della fantasia, o di chissà quale videogame spaccaossa, ma della realtà, quella più brutale per qualunque generazione: la guerra. Sono quadri d’ispirazione verista, emblematici, schietti, come quelli firmati da Angelika, dieci anni, in cui enormi fiori, dai colori sgargianti, finiscono in cenere, bruciati dal fuoco, ma d’improvviso rispuntano da una terra, prima verde prato, poi grigio cenere e, infine, di nuovo verdeggiante, sempre nello stesso quadro. È credere nella speranza, nel futuro, nel resistere e soprattutto rinascere dopo una tragedia. La meta, a questo punto, è sempre più vicina. Nella notte, l’imbarco sul traghetto «Luise» in navigazione da Livorno verso la Sardegna, dopo essersi lasciati alle spalle un fronte di battaglia, quattro, confini, due tapponi da tremila chilometri in tutto e così tante ore di viaggio fino a non ricordarsi più se sono state cento o centocinquanta. Oggi, in mattinata, lo sbarco a Olbia. Poi , ancora in autobus, da un capo all’altro della Carlo Felice fino a Cagliari. Il comitato di accoglienza ha organizzato una festa. Saranno ancora lacrime, come nella lunga e tumultuosa notte del 5 marzo, in cui un manipolo di volontari sardi è riuscito a mettere in salvo oltre ottanta profughi, quasi tutti bambini, il più piccolo ha appena un anno e pochi mesi, che vivevano nelle case famiglie del Donbass. Lo ha fatto percorrendo un canale umanitario tracciato a malapena sulle mappe e in cui persino la Croce Rossa continua a passare oggi con grande difficoltà. Nel tardo pomeriggio, gli scampati andranno a vivere, riprenderanno a vivere, nella casa comunale cagliaritana di Terramaini e anche nel convento delle suore Figlie della carità, sempre a Cagliari. Quanto vi rimarranno? Non c’è una data precisa, di sicuro diverse settimane, o forse per sempre.
In una settimana e mezzo, il censimento al ribasso dell’Onu ha certificato finora due milioni di sfollati. Scappati dall’orrore in auto, treno, a piedi e anche negli autobus arrivati da lontano, com’e stato per Dimitri. Questi disegni, a tema libero, non hanno riempito un primo giorno di scuola, ma l’ultimo della colonna umanitaria: Tricolore e Bandiera della Sardegna sul parabrezza. Sono capolavori, non frutto della fantasia, o di chissà quale videogame spaccaossa, ma della realtà, quella più brutale per qualunque generazione: la guerra. Sono quadri d’ispirazione verista, emblematici, schietti, come quelli firmati da Angelika, dieci anni, in cui enormi fiori, dai colori sgargianti, finiscono in cenere, bruciati dal fuoco, ma d’improvviso rispuntano da una terra, prima verde prato, poi grigio cenere e, infine, di nuovo verdeggiante, sempre nello stesso quadro. È credere nella speranza, nel futuro, nel resistere e soprattutto rinascere dopo una tragedia. La meta, a questo punto, è sempre più vicina. Nella notte, l’imbarco sul traghetto «Luise» in navigazione da Livorno verso la Sardegna, dopo essersi lasciati alle spalle un fronte di battaglia, quattro, confini, due tapponi da tremila chilometri in tutto e così tante ore di viaggio fino a non ricordarsi più se sono state cento o centocinquanta. Oggi, in mattinata, lo sbarco a Olbia. Poi , ancora in autobus, da un capo all’altro della Carlo Felice fino a Cagliari. Il comitato di accoglienza ha organizzato una festa. Saranno ancora lacrime, come nella lunga e tumultuosa notte del 5 marzo, in cui un manipolo di volontari sardi è riuscito a mettere in salvo oltre ottanta profughi, quasi tutti bambini, il più piccolo ha appena un anno e pochi mesi, che vivevano nelle case famiglie del Donbass. Lo ha fatto percorrendo un canale umanitario tracciato a malapena sulle mappe e in cui persino la Croce Rossa continua a passare oggi con grande difficoltà. Nel tardo pomeriggio, gli scampati andranno a vivere, riprenderanno a vivere, nella casa comunale cagliaritana di Terramaini e anche nel convento delle suore Figlie della carità, sempre a Cagliari. Quanto vi rimarranno? Non c’è una data precisa, di sicuro diverse settimane, o forse per sempre.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
