Marcello Flores d'Arcais: «Celebriamo la Resistenza sostenendo gli ucraini»
Alessandro Pirina
Lo storico: «Concordo con Liliana Segre: oggi sono loro ad avere trovato l’invasor»
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SASSARI. L’Italia celebra i 77 anni della Liberazione nel momento più duro dell’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Da due mesi il Vecchio continente è ripiombato in un conflitto che, per certi versi, sembra una riproposizione di quello che dilaniò il mondo negli anni Quaranta. Allora fu proprio la guerra di Liberazione a restituire la libertà. Fu la Resistenza a gettare le basi dell’Italia democratica. Quella stessa lotta che oggi gli ucraini stanno conducendo contro la Russia di Putin. Di parallelismi e differenze tra ieri e oggi, di Usa, Europa, partigiani e sovranisti parla Marcello Flores d’Arcais, storico, tra i maggiori esperti di genocidi del Novecento.
Professore, alla luce di quanto accade oggi in Ucraina che significato ha questo 77esimo anniversario della Liberazione?
«Credo l’abbia riassunto nel modo migliore Liliana Segre sul Corriere della Sera: il 25 aprile, quando si canterà “Bella ciao”, non potremo che pensare agli ucraini che hanno trovato l’invasor. È un modo molto semplice ma netto di capire il legame che ci deve essere tra il ricordare il nostro 25 aprile e la battaglia di resistenza, per quanto diversa, che si sta facendo in un territorio lontano dal nostro».
Tra la Resistenza italiana e quella ucraina vede più analogie o differenze?
«Noi storici vediamo sempre le differenze quando si fanno le analogie. Non dimentichiamo che la stessa resistenza europea vide resistenze molto diverse. Quelle italiana e francese molto politicizzate e ideologizzate: la prima doveva cancellare il fascismo, la seconda Vichy. Invece, in Belgio, Olanda, Danimarca fu soprattutto una guerra militare contro l’invasione nazista. E soprattutto allora era una guerra mondiale. Oggi, fortunatamente per noi, è circoscritta a una resistenza locale. Come lo sono state in passato quella algerina, vietnamita, curda, armena».
Armare la Resistenza ucraina è l’unica via percorribile?
«Non è l’unico modo possibile ma è un modo che ritengo fondamentale. Come lo sono le sanzioni contro la Russia. Vorrei che l’ Europa riuscisse ad avere una posizione comune per arrivare a colpire anche il petrolio e il gas. Le due ricchezze maggiori che noi diamo quotidianamente alla Russia. Trovo inaccettabile che coloro che sostengono di non mandare armi e di favorire una azione diplomatica pacifica, allo stesso tempo accusano chi vuole inviare armi di essere guerrafondaio. Come nella nostra resistenza sono convissute pratiche completamente diverse - la lotta armata dei partigiani, la lotta civile della popolazione, gli internati militari - bisogna accettare anche la resistenza ucraina nei suoi modi diversi».
Macron ha preferito evitare il termine genocidio per descrivere quanto sta accadendo in Ucraina, Kiev si è risentita: chi ha ragione?
«Il termine - e non solo da ora - è spesso usato a sproposito. Nella sostanza ha ragione Macron: non si può parlare di genocidio, bensì di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma capisco anche che Zelensky lo usi, perché l’invasione russa è stata accompagnata dalla giustificazione di Putin di denazificare e difendere dal genocidio i russi del Donbass. È stato Putin il primo a usarlo. Zelensky lo utilizza anche per rafforzare ed enfatizzare il bisogno di aiuto».
Putin come Hitler: è così o è una forzatura?
«Certamente è una forzatura, Putin possiamo capirlo meglio all’interno della storia russa. Lui cerca di riassumere il passato sia zarista che sovietico ammantandolo di una nuova ideologia neoimperialista del mondo russo che dal punto di vista culturale, spirituale e politico dovrebbe mettere insieme tutti i territori in cui si parla la lingua russa. L’unico parallelo che si potrebbe fare con Hitler riguarda l’ambizione a espandersi in zone che non sono russe, come fece la Germania del Führer».
Le parole di troppo di Biden sono gaffe o un tentativo di allontanare la pace?
«È la continuazione della guerra di aggressione di Putin che allontana la pace. Biden parla così per dare rassicurazioni all’Ucraina, nonché per motivi di politica interna, tanto che per le sue posizioni sulla guerra il suo consenso negli Usa è aumentato».
Come giudica Zelensky?
«Non era un politico di professione, poca esperienza anche in tempo di pace. Ma trovo sia il rappresentante migliore di quella nuova società civile ucraina che ha lottato per la democrazia e l’Europa, ma anche per cambiare il diffuso clima di corruzione. Credo sia riuscito a ritrovare l’unità del Paese che fino allo scoppio della guerra non esisteva. Statista di rilievo e grande comunicatore. In questo il suo passato di attore gli è utile».
L’Italia, figlia della Resistenza, è tra gli Stati in cui l’opinione pubblica è più divisa: perché?
«Per la sinistra estrema radicale - che conta poco dal punto di vista elettorale ma si fa molto sentire - è soltanto nostalgia dell’Urss. È incapace di guardare al mondo di oggi se non con gli occhi della guerra fredda e del secolo scorso. Poi ci sono i sovranisti, non solo la destra, ma anche i 5 stelle hanno pulsioni che vanno in questa direzione: basta vedere la stessa incapacità di Conte di scegliere tra Macron e Le Pen, visto che una dei due è amica di Putin. La Russia ha aiutato in tanti i modi i sovranisti e i populisti di tutta Europa, anche degli Usa, per mettere in difficoltà le democrazie. Perché è la democrazia il nemico di Putin».
Chi solleva dubbi su Zelensky, sull’invio di armi, sull’America viene tacciato di essere filo Putin: oggi si può essere contro la guerra e contro Putin? Esiste una terza via?
«Ci può essere, e tante persone ne fanno parte. Penso alle forze pacifiste presenti in tante organizzazioni non governative che si rifanno - per esempio - a Gino Strada. Ma ci sono altre posizioni che sono apparentemente pacifiste ma esplicitamente o implicitamente filo Putin. Penso, seppure in modo diverso, a quelle del professor Canfora e del professor Orsini, che in qualche modo giustificano l’aggressione russa».
Come giudica la posizione dell’Anpi?
«Ha mostrato di avere al suo interno posizioni diverse. Il suo presidente, già nel 2015, si era schierato dalla parte di Putin sulla occupazione della Crimea e del Donbass. Pagliarulo ha quella posizione che prima dicevo veterocomunista, di rimpianto della guerra fredda e dell’Urss. Ma all’interno dell’Anpi abbiamo sentito anche la vicepresidente Soliani assumere una posizione diametralmente opposta, come anche il presidente onorario Smuraglia che ha contraddetto Pagliarulo. Anpi vive questa contraddizione. Ha un problema da risolvere al suo interno».
Siamo a due mesi dall’attacco di Putin all’Ucraina: se la sente di fare un pronostico su quanto succederà nei prossimi mesi?
«È veramente difficile fare una previsione ma credo che una possibilità di stop momentaneo, non dico definitivo - per quello sarà necessario più tempo - potrà avvenire solo quando Putin potrà presentare una qualche vittoria seppure formale, o perlomeno in quell’universo di fake news che produce, o quando avrà la consapevolezza che gli obiettivi sono falliti e non può continuare, pena il rischio di peggiorare ulteriormente la situazione nei prossimi mesi. Mi auguro comunque che entro un mese, massimo due, si possa arrivare a una tregua».
Professore, alla luce di quanto accade oggi in Ucraina che significato ha questo 77esimo anniversario della Liberazione?
«Credo l’abbia riassunto nel modo migliore Liliana Segre sul Corriere della Sera: il 25 aprile, quando si canterà “Bella ciao”, non potremo che pensare agli ucraini che hanno trovato l’invasor. È un modo molto semplice ma netto di capire il legame che ci deve essere tra il ricordare il nostro 25 aprile e la battaglia di resistenza, per quanto diversa, che si sta facendo in un territorio lontano dal nostro».
Tra la Resistenza italiana e quella ucraina vede più analogie o differenze?
«Noi storici vediamo sempre le differenze quando si fanno le analogie. Non dimentichiamo che la stessa resistenza europea vide resistenze molto diverse. Quelle italiana e francese molto politicizzate e ideologizzate: la prima doveva cancellare il fascismo, la seconda Vichy. Invece, in Belgio, Olanda, Danimarca fu soprattutto una guerra militare contro l’invasione nazista. E soprattutto allora era una guerra mondiale. Oggi, fortunatamente per noi, è circoscritta a una resistenza locale. Come lo sono state in passato quella algerina, vietnamita, curda, armena».
Armare la Resistenza ucraina è l’unica via percorribile?
«Non è l’unico modo possibile ma è un modo che ritengo fondamentale. Come lo sono le sanzioni contro la Russia. Vorrei che l’ Europa riuscisse ad avere una posizione comune per arrivare a colpire anche il petrolio e il gas. Le due ricchezze maggiori che noi diamo quotidianamente alla Russia. Trovo inaccettabile che coloro che sostengono di non mandare armi e di favorire una azione diplomatica pacifica, allo stesso tempo accusano chi vuole inviare armi di essere guerrafondaio. Come nella nostra resistenza sono convissute pratiche completamente diverse - la lotta armata dei partigiani, la lotta civile della popolazione, gli internati militari - bisogna accettare anche la resistenza ucraina nei suoi modi diversi».
Macron ha preferito evitare il termine genocidio per descrivere quanto sta accadendo in Ucraina, Kiev si è risentita: chi ha ragione?
«Il termine - e non solo da ora - è spesso usato a sproposito. Nella sostanza ha ragione Macron: non si può parlare di genocidio, bensì di crimini di guerra e contro l’umanità. Ma capisco anche che Zelensky lo usi, perché l’invasione russa è stata accompagnata dalla giustificazione di Putin di denazificare e difendere dal genocidio i russi del Donbass. È stato Putin il primo a usarlo. Zelensky lo utilizza anche per rafforzare ed enfatizzare il bisogno di aiuto».
Putin come Hitler: è così o è una forzatura?
«Certamente è una forzatura, Putin possiamo capirlo meglio all’interno della storia russa. Lui cerca di riassumere il passato sia zarista che sovietico ammantandolo di una nuova ideologia neoimperialista del mondo russo che dal punto di vista culturale, spirituale e politico dovrebbe mettere insieme tutti i territori in cui si parla la lingua russa. L’unico parallelo che si potrebbe fare con Hitler riguarda l’ambizione a espandersi in zone che non sono russe, come fece la Germania del Führer».
Le parole di troppo di Biden sono gaffe o un tentativo di allontanare la pace?
«È la continuazione della guerra di aggressione di Putin che allontana la pace. Biden parla così per dare rassicurazioni all’Ucraina, nonché per motivi di politica interna, tanto che per le sue posizioni sulla guerra il suo consenso negli Usa è aumentato».
Come giudica Zelensky?
«Non era un politico di professione, poca esperienza anche in tempo di pace. Ma trovo sia il rappresentante migliore di quella nuova società civile ucraina che ha lottato per la democrazia e l’Europa, ma anche per cambiare il diffuso clima di corruzione. Credo sia riuscito a ritrovare l’unità del Paese che fino allo scoppio della guerra non esisteva. Statista di rilievo e grande comunicatore. In questo il suo passato di attore gli è utile».
L’Italia, figlia della Resistenza, è tra gli Stati in cui l’opinione pubblica è più divisa: perché?
«Per la sinistra estrema radicale - che conta poco dal punto di vista elettorale ma si fa molto sentire - è soltanto nostalgia dell’Urss. È incapace di guardare al mondo di oggi se non con gli occhi della guerra fredda e del secolo scorso. Poi ci sono i sovranisti, non solo la destra, ma anche i 5 stelle hanno pulsioni che vanno in questa direzione: basta vedere la stessa incapacità di Conte di scegliere tra Macron e Le Pen, visto che una dei due è amica di Putin. La Russia ha aiutato in tanti i modi i sovranisti e i populisti di tutta Europa, anche degli Usa, per mettere in difficoltà le democrazie. Perché è la democrazia il nemico di Putin».
Chi solleva dubbi su Zelensky, sull’invio di armi, sull’America viene tacciato di essere filo Putin: oggi si può essere contro la guerra e contro Putin? Esiste una terza via?
«Ci può essere, e tante persone ne fanno parte. Penso alle forze pacifiste presenti in tante organizzazioni non governative che si rifanno - per esempio - a Gino Strada. Ma ci sono altre posizioni che sono apparentemente pacifiste ma esplicitamente o implicitamente filo Putin. Penso, seppure in modo diverso, a quelle del professor Canfora e del professor Orsini, che in qualche modo giustificano l’aggressione russa».
Come giudica la posizione dell’Anpi?
«Ha mostrato di avere al suo interno posizioni diverse. Il suo presidente, già nel 2015, si era schierato dalla parte di Putin sulla occupazione della Crimea e del Donbass. Pagliarulo ha quella posizione che prima dicevo veterocomunista, di rimpianto della guerra fredda e dell’Urss. Ma all’interno dell’Anpi abbiamo sentito anche la vicepresidente Soliani assumere una posizione diametralmente opposta, come anche il presidente onorario Smuraglia che ha contraddetto Pagliarulo. Anpi vive questa contraddizione. Ha un problema da risolvere al suo interno».
Siamo a due mesi dall’attacco di Putin all’Ucraina: se la sente di fare un pronostico su quanto succederà nei prossimi mesi?
«È veramente difficile fare una previsione ma credo che una possibilità di stop momentaneo, non dico definitivo - per quello sarà necessario più tempo - potrà avvenire solo quando Putin potrà presentare una qualche vittoria seppure formale, o perlomeno in quell’universo di fake news che produce, o quando avrà la consapevolezza che gli obiettivi sono falliti e non può continuare, pena il rischio di peggiorare ulteriormente la situazione nei prossimi mesi. Mi auguro comunque che entro un mese, massimo due, si possa arrivare a una tregua».
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