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Il ricordo: "Mia sorella uccisa 20 anni fa ma la sento sempre accanto a me"

Monica Moretti vittima di uno stalker il 23 giugno 2002. Debora: "Da quel giorno la vita della mia famiglia è cambiata per sempre"


23 giugno 2022 Silvia Sanna


SASSARI. Vent'anni dopo nelle narici c'è ancora l'odore acre del fumo nei vestiti, sulle borse di Monica, nei cassetti pieni di ricordi. Vent'anni dopo nella testa rimbomba il silenzio di quel viaggio surreale da Olbia a Sassari, quando Debora sapeva che sua sorella Monica era morta ma la paura del come l'aveva ammutolita. Solo quando si era sciolta nell'abbraccio con sua madre Lalla la verità l'aveva travolta con tutta la sua durezza: "Ce l'hanno ammazzata, ce l'hanno ammazzata".

Dopo vent'anni c'è Debora che parla ancora al plurale perché «Monica è sempre con me. Mi rivolgo spesso a lei, le chiedo consigli. Sai, noi due eravamo una cosa sola. Da quel giorno è tutto cambiato, lei non la posso toccare ma la vedo, la immagino, penso a come sarebbe diventata, credo che avrebbe fatto strada».

23 giugno 2002. È la prima domenica d'estate. La tavola nella villa della famiglia Moretti a Montalé è già apparecchiata, Nanni e Lalla aspettano la figlia maggiore Monica per pranzo. Lei, sempre puntuale, tarda ad arrivare e anche il telefono dà un segnale strano. In quei momenti Monica Moretti, 38 anni, urologa, sta guardando negli occhi il suo futuro assassino, sono una di fronte all'altro nella mansarda in via Amendola dove l'uomo è riuscito a entrare con l'inganno, dopo avere trascorso tutta la notte appostato dietro la porta.

«Io me la immagino Monica. Lei non aveva paura, era coraggiosa e diceva le cose in faccia. Io penso che sino all'ultimo abbia tenuto testa a quell'uomo, anche se sapeva di non avere speranze. Era coerente Monica, sono certa che lo sia stata sino alla fine». Quando il padre Nanni arriva in via Amendola, di fronte al palazzo ci sono vigili del fuoco, polizia e carabinieri. Si vede il fumo denso uscire dalle finestre all'ultimo piano, quello delle mansarde. «Disse che lì abitava la figlia, lo chiamarono da parte e nei visi babbo intuì la verità prima delle parole. Tornò a casa per dirlo a mia madre, nessun altro poteva farlo». Quella sera quando Debora arriva a Montalé capisce che non sarebbe più andata via. Ha 34 anni, da 10 vive e lavora a Pavia: il 23 giugno di 20 anni fa inizia la sua seconda vita. Senza Monica.

Vent'anni senza Monica. «L'assassino di mia sorella ha condannato me e la mia famiglia all'ergastolo da innocenti. Siamo andati avanti con il peso dell'assenza, perché continui a vivere ma ti manca un pezzo. Questo è quello che accade alle famiglie che affrontano un lutto simile. Il dolore è forte ma diverso per tutti, ognuno di noi l'ha affrontato a modo suo. Mio padre si è lasciato andare, oltre a una figlia ha perso anche il suo medico di fiducia perché era lei che lo seguiva e lui ubbidiva senza fiatare: nel 2008 ci ha lasciato. Mia madre si è chiusa in se stessa e in casa, lei che era così vivace e aperta con tutti, proprio come Monica, pronta ad accogliere amici a pranzo, a organizzare feste, a condividere la vita con tante persone. Oggi ha 79 anni, dorme ancora nella camera di Monica e si muove in uno spazio segnato dal ricordo, tra le cornici con i pensieri ormai sbiaditi di Monica: mia sorella scriveva tutto quello che le succedeva, se provava un'emozione o sentiva il bisogno di dirti che ti voleva bene, prendeva un foglietto e buttava giù una frase. Non voleva perdere l'attimo e allora lo fissava sulla carta: in quegli scritti mia madre ritrova la figlia, il suo immenso amore per lei. E io? Io ero la piccola di casa, per i miei e per Monica, ero la sua Debora. Mi sono ritrovata figlia unica, senza di lei e con un padre e una madre smarriti. Pensavo che io e Monica saremmo invecchiate insieme, "quando tu avrai 96 anni io ne avrò 92" le dissi un giorno. Non ricordo se fu in quell'occasione che Monica mi rispose "sai che non penso di vivere a lungo?" Io non diedi peso a quelle parole perché mia sorella amava la vita e l'affrontava con grinta. Quando quell'uomo ce l'ha ammazzata, lei si stava riprendendo da una brutta malattia. Aveva avuto un tumore ma era rientrata a lavorare subito in ospedale, non riusciva a stare lontano dai suoi pazienti, amava la sua professione».

Lo stalker. Era maggio, Debora era rientrata a Sassari e lei e sua sorella chiacchieravano intorno a un caffè al bar. «Mi disse che c'era un tipo che la perseguitava, le faceva telefonate strane, in alcune stava zitto, in altre diceva cose senza senso. Era infastidita ma non particolarmente preoccupata: sentiva di potere gestire la situazione da sola. Mi disse però che se avesse continuato a starle addosso l'avrebbe denunciato ai carabinieri. Non sapeva chi fosse anche se immaginava che si trattasse di un paziente, di qualcuno conosciuto all'ospedale. Quando il pomeriggio del 23 una zia mi chiamò da Sassari non pensai a quell'uomo. Al telefono mi disse "devi tornare subito, devi partire, è successo qualcosa a Monica". E io capii che doveva essere qualcosa di gravissimo perché in altre situazioni, per esempio quando mio padre era stato molto male, mi avevano sempre tranquillizzato: «Stai serena, qui ci pensiamo noi». Proteggevano sempre la piccola di casa. Quella sera no. Trovai un volo su Olbia, all'aeroporto vennero a prendermi Luciana e Carlo, una cugina carissima di mia madre con il marito. Dissi soltanto: "È morta vero?" E loro annuirono. Io non chiesi altro e per tutto il viaggio rimasi zitta, a immaginarmi che tipo di incidente potesse avere avuto mia sorella. Non mi sfiorò neppure per un istante l'idea che potessero averla uccisa».

Ricominciare. I primi giorni dopo la morte di Monica sono quelli del dolore e dell'incertezza, perché chi ha distrutto tutto non ha ancora un volto e un nome. Ma il giallo dura poco e si chiude con l'arresto e la confessione di Raimondo Gaspa: è lui l'assassino di Monica, un ex paziente che si era invaghito di lei. «Io lo odio perché mi ha portato via mia sorella e ha devastato l'esistenza della mia famiglia. Mia madre no, non riesce ad odiarlo. Dice anche di sentirsi fortunata perché sta dalla parte giusta: "Sono la madre di Monica - mi dice - ti immagini essere la madre di quel tipo, come deve stare per il fatto di avere messo al mondo un assassino?" Io l'ammiro molto per questo, credo non sia da tutti ragionare così». La morte di Monica fa scoprire alla sua famiglia quanto fosse amata: «Abbiamo sentito la città accanto a noi, un affetto di cui saremo sempre grati». Il processo e le condanne a Gaspa la famiglia li vive da lontano. «Non siamo mai andati in tribunale - dice Debora - ma è giusto che quell'uomo stia in carcere per sempre. Ha ucciso una persona, con lei ha spento i sogni e i sorrisi di un'intera famiglia».

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