Intervista esclusiva con Silvio Lai: «In campo per salvare l’isola dai guasti del centrodestra»
È candidato per il Pd nel plurinominale per la Camera. «Intervenire subito sui temi chiave per la Sardegna: trasporti e sanità»
Sassari Lui è la spalla solida con cui il Pd vuole buttare giù il portone del Palazzo occupato dal centrodestra. Silvio Lai ritorna in campo, si candida alle Politiche per il Partito Democratico. Lo fa con coraggio, con lo stesso coraggio con cui aveva cercato di arginare l’ondata a 5 Stelle che nelle ultime elezioni aveva travolto i partiti tradizionali. Ma lo fa con una diversa consapevolezza. Lo Zeitgeist è del tutto cambiato in pochi anni. Le Stelle non brillano più, autofagocitate dal potere. Ora è il Pd a galleggiare in alto nei sondaggi e il Movimento arranca. Ma la sua attenzione è tutta sulla Sardegna. Lai, capolista nel plurinominale per la Camera non ha dubbi. «Gli italiani vogliono dare una chance al centrodestra? Guardino la Sardegna per capire i danni che riescono a fare. Da tre anni e mezzo l’isola affonda davanti a una giunta incapace». E l’ex segretario del Pd vuole andare a Roma per evitare che i sardi sprofondino.
Lai perché ha scelto di ripresentarsi agli elettori?
«In realtà è arrivata una richiesta da parte della segreteria nazionale. Mi hanno chiesto di dare un nuovo contributo in un momento particolare, direi storico, per la nostra nazione. E ho accettato con entusiasmo e senso di responsabilità».
Spieghi meglio
«Siamo dentro una fase di svolta nella democrazia internazionale. Siamo di fronte a una nuova possibile cortina di ferro. Da una parte le democrazie occidentali, dall’altra le autocrazie. I popoli scelgono liberamente, ma devono sapere che nelle autocrazie la libertà è un optional e chi governa può decidere di invadere uno Stato sovrano confinante. È agghiacciante sentire che la scelta è tra la libertà o l’aria condizionata. C’è un effetto immediato della situazione mondiale. Lo stop alla globalizzazione. Le aziende italiane ed europee non costruiscono più fabbriche in Cina o in Paesi stranieri. L’Italia e la Sardegna non possono restare indietro davanti a questi cambiamenti».
Mi pare di capire che lei traccia una linea netta tra un centrosinistra democratico e un centrodestra più autocratico?
«Molti di quelli che militano nel centrodestra non si riconoscono in questa divisione netta tra democrazie e autocrazie. Ma è il momento di scegliere se si vuole stare nel solco dell’agenda Draghi e della Commissione Europea o se ci si riconosca in Orban e nei Paesi sovranisti. Le scelte politica ambigue come quelle di Fratelli d’Italia e della Lega danneggiano l’Italia».
Cosa pensa della caduta del governo Draghi?
«Sicuramente c’è stata una ingenuità dei 5 Stelle e una enorme responsabilità da parte di Berlusconi e Salvini. Draghi era il premier più autorevole in Italia e in Europa. Si è preferito badare ai piccoli interessi di bottega: alle candidature per Salvini e altri esopnenti del centrodestra. Ci si è dimenticati dei destini del nostro Paese».
È convinto delle alleanze portate avanti dal suo segretario Letta? E nell’isola pensa a un progetto per le Regionali?
«Parlo con l’esperienza da segretario a livello locale: spesso gli eventi condizionano le scelte. Lette voleva una coalizione più ampia, ma lo choc della caduta del governo Draghi ha impedito di costruire una coalizione con i 5 Stelle. Questo non significa che nel governo locale non si possa pensare a un dialogo. Si possono mettere insieme tanti soggetti intorno a un progetto progressista».
C’è da dire che le scelte dei candidati del Pd per le politiche rispecchiano sempre lo schema delle correnti. Non si poteva essere più coraggiosi e uniti questa volta?
«C’è un peccato originale dentro il Pd che riguarda il fatto che spesso siamo più nemici al nostro interno rispetto a quanto lo siamo con i nostri avversari politici. Al di là di questo, nel Pd c’è un pluralismo interno molto forte. Gli altri hanno un leader monocratico. Nel Pd dalle sue origini ha sempre vinto il confronto tra le tante anime. E credo che questo sia un valore. Io al contrario lavorerei per recuperare quelle anime che nel tempo si sono distaccate: da Renzi a Calenda, per citarne alcuni. Io vorrei invece parlare della qualità delle candidature: è molto elevata».
Cosa pensa di due dei pilastri della filosofia a 5 Stelle realizzati in questa legislature: reddito di cittadinanza e riduzione dei parlamentari?
«Sul reddito voglio partire da una giusta esigenza. Si deve garantire a tutti una forma di protezione dalla povertà. Ma il reddito di cittadinanza per ora è monco. Perché manca del tutto la parte delle politiche attive, quella che deve riportare la persona nel tessuto produttivo del lavoro. Il reddito non è da abolire, ma da completare. Sulla riduzione dei parlamentari ero e sono contrario. Perché non consente reali risparmi, ma rende più difficile rappresentare i territori più piccoli, come la Sardegna».
Il centrodestra ha sfoderato l’artiglieria pesante della propaganda elettorale: flat tax, via l’Iva dal pane e dalla pasta, dal pellet più pensioni, più alberi, più taser. Il Pd propone “Affitti più bassi per i giovani, contributo di 2mila euro per studenti e lavoratori under 35”, non le sembra che, mi passi il termine, con questi slogan un po’ “fighetti” si rischi di venire travolti dalla reclame del centrodestra?
(Ride) «Ma no. La realtà è che noi cerchiamo di progettare e di pensare rivolti ai cittadini. Noi vogliamo che l’Italia diventi un Paese per giovani. Ma devono prevalere anche l’altruismo e la creatività. Noi parliami di temi chiave come i diritti e la scuola. L’Italia invecchia e si spopola, noi vogliamo invertire questa tendenza per questo ci rivolgiamo ai giovani. Anche se è più complicato parlare ai giovani La flat tax è pensata per i ricchi, danneggia chi ha stipendi medi e bassi. Togliere l’Iva al pane non favorisce i più poveri, ma i più ricchi».
Come giudica questi anni di governo di centrodestra in Sardegna?
«Partirei dalla sanità. Per prima cosa dico che è incredibile che dopo tre anni e mezzo la giunta Solinas parli ancora di chi li ha preceduti. Le loro scelte hanno prodotto cambiamenti che credo siano evidenti a tutti i sardi. Non c’è una cosa che sia migliorata. Interi reparti chiusi. Ospedali strategici come Nuoro e Lanusei ridimensionati e in grande difficoltà. Le liste di attesa che sono cresciute a dismisura. Una situazione fuori controllo. La Sardegna è una delle regioni in cui si muore di più per patologie non legate al covid in questi anni di pandemia. Una situazione vergognosa e disastrosa. I sardi sono stufi di riforme che sono servite solo per aumentare le poltrone. Mentre i cittadini sono abbandonati a un Cup che non riesce a dare risposte. Ormai non riescono neanche a dare una data certa per una visita. Una situazione insostenibile».
C’è un altro grande tema: i trasporti.
«Come sulla sanità siamo ai dilettanti allo sbaraglio. Ora il libero mercato ci illude di avere tanti collegamenti. Finita la stagione sarà il deserto. La continuità aerea è stata cancellata. Su quella marittima la scelta è del ministero, ma c’è tanta responsabilità della giunta regionale che non ha fatto nulla. Non basta una telefonata al ministro. L’altro disastro è sul sistema dei trasporti interno. L’accordo Stato Regione del 2020, eredità della giunta precedente, prevedeva 100 milioni di euro per la progettazione del sistema ferroviario sardo. Progetto utilissimo per il Pnrr, di sicuro più efficace e realizzabile dei 220 piccoli progetti presentati da Solinas. Ma possiamo parlare dell’altro grande fallimento: le scelte sull’energia. Non c’è mai stata. Prima Solinas si è lanciato sul metano, poi si è votato a Terna e alle sue connessioni energetiche. C’è poi un altro capitolo legato alla mancata definizione delle aree da destinare a fotovoltaico ed eolico, che ora creano grande caos in Sardegna».
La vedo particolarmente critico con l’attuale giunta regionale.
«Come non potrei. Ci sono temi fondamentali di cui non parlano mai, come la scuola. Gli studenti sardi hanno i peggiori risultati sui test per italiano, inglese e matematica. Questa arretratezza si esplica poi nella difficoltà degli studenti nel proseguire gli studi. Non c’è una politica del settore scolastico. Non vengono più fatti bandi per aiutare le imprese. E mi stupisce come Solinas si sia accodato alle richieste e alle linee della Lega di Salvini. Il governatore è stato respinto e pone 5 punti, che con lo statalismo della Meloni non credo saranno presi in considerazione».
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